Bianco: L’arte come passione e tormento

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Gianni De Feo e Serena Borelli portano in scena la complessa relazione tra Jackson Pollock e Lee Krasner

Roma, 03 febbraio 2025

Articolo e foto di Grazia Menna

Uno spazio quasi vuoto, se non fosse per due cubi neri a mo’ di seduta ed un lenzuolo steso a terra a mo’ di letto, dove spicca sullo sfondo la proiezione del bianco. Uno spazio essenziale, una tela pronta a essere imbrattata dalle passioni, dai conflitti e dalle genialità di due artisti che hanno segnato l’arte del XX secolo: Jackson Pollock e Lee Krasner.  Bianchi i volti dei protagonisti in scena, come bianco il loro abbigliamento fatto da una salopette che richiama gli abiti da lavoro di un pittore, di un artista. Tutto è bianco, tutto è pronto per essere colmato del gesto artistico di Pollock o della Krasner, finanche i loro stessi corpi.

Bianco, andato in scena a Teatrosophia con la regia di Gianni De Feo sulla drammaturgia realizzata da Marco Buzzi Maresca, interpretato dallo stesso Gianni De Feo (Jackson) e Serena Borelli (Lee) , si rivela un viaggio intenso e stratificato nella complessa relazione tra due anime tanto affini quanto tormentate.

Pollock, con il suo rivoluzionario “drip painting“, trasformò il gesto pittorico in un atto performativo, un’energia selvaggia e incontrollata che sovvertiva la tradizione accademica. Ma il genio di Pollock non sarebbe stato lo stesso senza Lee Krasner, artista talentuosa e mente lucida che non solo plasmò la sua estetica, ma si fece carico delle sue fragilità, dei suoi eccessi, del suo alcolismo.

L’opera, che si avvale delle musiche sapientemente scelte e adattate dal Maestro Theo Allegretti, racconta questa relazione di luci e ombre, questa tensione continua tra creazione e distruzione, amore e annientamento.

Tensione che si materializza nella danza che i due interpreti portano in scena quando mimano il gesto di volersi scagliare addosso i cubi che fungono da sedili.

Ma la danza evoca anche il richiamo magico dei riti dei nativi americani, combinata ad una luce di scena radente il suolo e di colorazione gialla intensa, a simboleggiare il fuoco a terra in un ipotetico cerchio intorno al quale ballare.  

L’arte dei nativi americani, di cui scorrono alcune immagini sullo sfondo, influenzò Pollock in particolare nei sand paintings (dipinti di sabbia) delle tribù Navajo. Egli fu profondamente colpito dai metodi cerimoniali di questi artisti, che creavano immagini intricate versando pigmenti colorati sulla sabbia in modo rituale; è da questo processo che Pollock partì per giungere al suo “drip painting”.

Gianni De Feo offre un Pollock energico, irrequieto, posseduto dal suo stesso impulso creativo e autodistruttivo. Serene Borelli, nel ruolo di Krasner, incarna con forza e sensibilità la determinazione di una donna che fu molto più di una semplice musa, ma ella stessa, un’artista a pieno titolo costretta per troppo tempo a vivere all’ombra del marito. Il loro dialogo è una danza di parole e silenzi, di scontri e riconciliazioni, proprio come i dipinti che prendono vita sulla tela immaginaria della scena.

La regia di De Feo è essenziale ed evocativa. Le scelte scenografiche minimali permettono agli attori di riempire lo spazio con la sola potenza del gesto e della parola, mentre le musiche e le luci creano un’atmosfera che richiama la dimensione psicologica ed emotiva della coppia. Il bianco diventa il simbolo dell’inespresso, del potenziale creativo, ma anche della dissoluzione, dell’annullamento.

Contestualizzare la loro vicenda nel clima storico-politico dell’epoca aggiunge un ulteriore livello di lettura. Siamo negli anni della Guerra Fredda, quando l’Espressionismo Astratto viene, in parte, strumentalizzato dagli Stati Uniti come simbolo di libertà artistica contro il realismo socialista dell’URSS. Pollock ne diviene il volto più celebre, ma a caro prezzo: le pressioni del sistema dell’arte, la tensione tra innovazione e istituzionalizzazione, l’ansia di un mondo post-atomico che ha visto l’umanità sull’orlo dell’autodistruzione.

Bianco riesce a restituire tutto questo con una narrazione tesa e vibrante, dove il personale e lo storico si intrecciano, dove l’arte non è mai solo arte, ma anche vita, ossessione, dannazione. Una pièce che non si limita a raccontare due biografie, ma che ci porta dentro il cuore pulsante della creazione artistica, facendoci sentire sulla pelle ogni pennellata invisibile, ogni gesto, ogni respiro trattenuto prima dell’esplosione del colore.

Si ringrazia Teatrosophia e l’Ufficio Stampa nella persona di Andrea Cavazzini, che hanno reso possibile questo racconto per immagini

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