Ancora una performance mozzafiato di Nicola Pomponi, in arte Setak, che ieri sera ha incantato il palco del Monk di Roma, in questa nuova formula di concerti pre-serali, con inizio alle 19:00.
Poco dopo il tramonto, a trasportarci in un’atmosfera sospesa, senza luogo e senza tempo, ci hanno pensato il sax e le scatole di effetti di Marco Scipione, che ha aperto la serata con i suoi brani ipnotici e originali. Subito abbiamo capito che al di fuori della sala poteva esserci qualsiasi luogo, in qualsiasi epoca, su qualsiasi pianeta.
E quando il testimone è passato all’headliner, che con i primi accordi di Assamanù ha dato inizio al suo viaggio sonoro, ci siamo dimenticati completamente del mondo esterno. Dentro le mura scure del celebre locale romano, non esisteva più nulla se non la musica.
Chi è solito catalogare, cercare affinità e accostare gli artisti a un genere o a figure del passato, ha potuto subito mettere via carta e penna, rilassarsi e lasciarsi avvolgere dall’incanto del progetto Setak. La sua musica è un viaggio, il cammino di chi parte da un paese di provincia per esplorare il mondo: attraversa deserti, scala montagne, si tuffa nel rock americano, nuota nel blues, si tinge dei mille colori della world music, compie un giro in India, in Pakistan o in Brasile, per poi tornare alla terra d’origine, e vederla con occhi nuovi. Di chi scava nel profondo delle proprie radici, si spoglia di tutto e capisce che ciò che cercava è sempre stato dentro di sé.
Ogni elemento di questo ingranaggio musicale, minuzioso e perfetto, è vitale per costruire una armonia assoluta. La voce calda e leggermente graffiata si posa come un soffio sulle melodie struggenti; la musicalità del dialetto si fonde con la poesia delle storie raccontate con disarmante naturalezza; gli arrangiamenti, curati nei minimi dettagli, rivestono il tutto in un suono che sa di internazionale, ma che conserva una profonda anima nostrana.
Si dice che un buon narratore sia capace di farci sentire i sapori, di farci vivere le immagini attraverso le sue parole. In questo, Setak è un maestro indiscusso. Con la magia dei suoi testi e dei suoni, ci trasporta in un universo tutto suo, che ha il sapore di qualcosa che ci è sempre stato caro, pur suonando nuovo e inesplorato.
Le sue canzoni sono cartoline che sembrano prendere vita: si sente il profumo del pane, della terra bagnata, la ruvidità della pietra, il fruscio del vento tra i campi, il calore di una stretta di mano, l’ebbrezza di un incontro, il sapore di un bicchiere di vino, di un bacio, di una danza. Nulla è invisibile, eppure ogni cosa è filtrata attraverso la trama finissima di una magia che non si trasmette solo con le parole, con la melodia o con i ritmi, ma con l’intreccio di tutti questi elementi, creando una nuova entità.
Grazie alla sua straordinaria capacità compositiva e interpretativa, Setak ha trovato una formula unica, che non somiglia a nulla di già sentito e che smuove qualcosa nei nostri ricordi. È festa, è famiglia, è una valigia colma di tesori musicali “setacciati” lungo un percorso che mescola influenze provenienti da tante origini diverse, senza mai risultare folcloristico, ma sempre fresco, contemporaneo, pulito. Un cantautore sui generis, che ha fatto di un dialetto regionale un linguaggio universale, condiviso come l’inglese o altre lingue più familiari alle nostre orecchie.
Una scommessa azzardata, ma vinta. In un’epoca in cui le frequenze musicali sembrano spesso omologate, sono gli outsider a suscitare maggiore curiosità. Nicola Pomponi ha avuto la visione di assecondare le proprie inclinazioni e ispirazioni, senza lasciarsi attrarre da scorciatoie che avrebbero potuto garantirgli un pubblico più vasto, ma sicuramente meno coinvolto. La sala era piena di amici, di persone che lo seguono da anni o che lo hanno scoperto da poco, ma che si sentono già parte di questo viaggio, del modo che ha Setak di abbracciare la sua terra e offrircela ogni volta in dono.
C’è un sapore di artigianalità nelle sue parole e nelle sue canzoni, come qualcosa fatto a mano, con il cuore e senza filtri. Sono questi ingredienti, insieme ai suoi modi calorosi e ironici, che lasciano trasparire una personalità che, pur sembrando schiva, è pronta a tendere la mano e a donare il cuore a chi si avvicina.
E se tutto questo è già palpabile nei suoi tre splendidi album – Blusanza, Alestalé e Assamanù (che ha vinto la Targa Tenco come miglior album in dialetto) – dal vivo la sua musica acquista una dimensione ancora più ricca e completa. Ogni singolo elemento è percepibile con maggiore intensità, e è impossibile non rimanere incantati dalla bellezza di ogni brano.
I musicisti che lo accompagnano sono eccellenti: il fratello Nazareno alle tastiere e voci, con la sua partecipazione sentita e contagiosa, Alessandro Chimienti che alterna chitarra, mandolino e altri strumenti con maestria, e la straordinaria presenza di Fabrizio Cesare al basso, che è anche il produttore di Setak e di Luca Romagnoli, e infine il cantautore Emanuele Colandrea, che stavolta ha preso il ruolo di batterista. Ospite della serata, Roberto “Bob” Angelini ha portato la sua lap steel guitar in alcuni brani, arricchendo ulteriormente il suono con le sue contaminazioni.
Il concerto, purtroppo troppo breve, ha lasciato una scia di entusiasmo e ha visto l’esecuzione di 13 brani, più un bis. Il repertorio, ben bilanciato, spaziava tra i pezzi dell’ultimo album Assamanù (la maturità), di Blusanza (l’infanzia) e di Alestalé (l’adolescenza). Setak, sorridente al microfono, scherza con il pubblico, traducendo i titoli e spiegando il significato delle canzoni, creando un’atmosfera di festa e condivisione che ha coinvolto tutti.
Le sue storie, poesie cantate che trattano temi universali, si insinuano nella testa e sotto la pelle, lasciando un’impronta indelebile. La vita e i personaggi di paese, il rispetto per la natura, la critica generazionale, la ricerca della speranza. L’unico brano cantato in italiano, Figli della Storia (scritto con Cristicchi), ci ha ricordato l’importanza della memoria storica, che troppo spesso dimentichiamo ma che è la base su cui costruire il nostro futuro.
Il bis, una versione di Pane e ccicorje con la partecipazione di Roberto Angelini e di Marco Scipione al sassofono, ha aggiunto un ulteriore strato di ricchezza e fusione al brano. E ora, resta la voglia di riascoltare questo meraviglioso artista dal vivo, magari il più presto possibile, e di immergersi nuovamente nei suoi album, ascoltandoli in loop, sperando che tutto resti sempre fatto “assamanù”.
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