Riuscire a esprimere a parole quello che ha rappresentato il concerto di Luca Romagnoli, che si è esibito ieri sera all’Alcazar di Roma, è una sfida irrealizzabile. Il cantautore, frontman dei Management (del dolore post-operatorio), sta portando sui palchi italiani il suo album di debutto da solista “La Miseria”, uscito a dicembre per La Tempesta Dischi, appena in tempo per entrare con forza tra i migliori album del 2024 per la bellezza dei suoi contenuti.
A rompere il ghiaccio, si sono esibite La Noce e Cecilia Lavatore, in un alternarsi di poesia e canzone, dandoci già un assaggio del sapore di questa serata fatta di musica e parole. Una serata profondamente umana che resterà scolpita in questo istante irripetibile di vita condivisa.
Quello a cui abbiamo avuto il privilegio di assistere ieri sera è stato infatti un evento di teatro-concerto, in cui Romagnoli, tolte le vesti di frontman di un gruppo e quindi spoglio di ogni scudo e protezione, si è messo a nudo in tutta la sua essenza davanti a un pubblico attento e partecipativo, e ha gridato con forza e passione tutta la poesia che lo abita.
A salire per primo sul palco è stato il poeta Vik Stragovin, amico e ispiratore, che ci ha subito fatto calare nell’atmosfera di questa magica esibizione. La dimensione raccolta della sala e la geometria dei suoi spazi hanno contribuito al senso di intimità che si è creato, dando vita a uno dei concerti di maggiore intensità emotiva mai visti. La sincerità spiazzante con cui Romagnoli sussurra o grida i suoi testi ha commosso l’intera sala, trasportandola nel luogo da cui osserva la miseria del mondo che ci circonda e che ci include, così piccolo e insignificante, facendocelo leggere nella sua chiave delusa, arrabbiata, disperata e nonostante questo piena di quella bellezza vera che si trova solo quando la si sa vedere. Le sue parole sono al contempo un pugno in faccia e un abbraccio caldo, ti svegliano dal torpore della quotidianità, ti forzano a guardare quello che non vuoi vedere e ti accarezzano l’anima come sanno fare solo i più grandi poeti.
Poeta di nascita, ribelle per vocazione, Luca Romagnoli ha esordito con la potente e provocatoria Fatturare, specchio di una società basata sul consumismo e sull’apparenza. Triste ritratto delle gabbie in cui ci si autocostringe a vivere, devoti al dio denaro e al dio pallone.
Ha proseguito con altrettanto disincanto, sviscerando Il Nulla, quel nulla senza sogni, malvagio, che ci riempie dell’illusione della ricerca di qualcosa che non è altro che altro vuoto, e che divora tutto. Un brano che si chiude con una frase importante: “manca il silenzio, manca il rispetto manca qualcosa, una resistenza”. Una piccola chiave per uscire da questa non vita costruita su misura per noi, ma in cui molti non si riconoscono, senza muovere mai un passo per liberarsi. Un altro spaccato dello “spettacolo della vita” ci viene reso con poetico realismo nel brano Un film su di noi, scrita insieme al già citato Vik Stragovin.
Tra un brano e l’altro Luca ci ha illuminato con le sue frasi scomode e profonde, trasformando lo spettacolo in salotto filosofico in cui porci interrogativi o darci risposte sul non senso della vita in tutte le sue manifestazioni. Lo abbiamo visto nella sua veste di animale da palcoscenico con i Management, lo ritroviamo qui, anima cruda e nuda, dotata di quel carisma che illumina le stanze, a straziarci il cuore con quella che potrebbe essere una delle più belle canzoni degli ultimi venti anni: con Perdere conquista definitivamente il pubblico presente, commosso dall’emozione sprigionata in sala da questi minuti di pura, intensa, bellezza.
A risvegliarci dal languido torpore, arrivano gli schiaffi di Angelo Nero e poi Bi Emme Vù, poesia del defunto Paolo Maria Cristalli, al cui grido disperato Romagnoli ha voluto dare una voce. E un grido primordiale è tutto il concept album La Miseria, presentato integralmente in questa serata. Un disco concepito, tenuto in grembo e partorito nel giro di due settimane, nato dalla collaborazione tra Luca Romagnoli e Fabrizio Cesare, che ha firmato o co-firmato tutte le musiche. Creato in modo spontaneo e non rielaborato, per conservarne la forza creativa senza sovrapposizioni e puliture che ne avrebbero snaturato il senso.
Sul palco, ad accompagnare Romagnoli, c’erano Pier Blasioli (suoni e distorsioni musicali) e Vik Di Santo (noise ritmici). Ed è proprio dal vivo che la forza delle parole, sorretta dalle basi musicali scarne, ripetitive, sperimentali, prende ancora più potenza, aggrovigliandosi tra le nostre viscere e le meningi. Provocando commozione e piantando i semi di mille pensieri. Sono momenti magici quelli in cui affondiamo nella dolce malinconia di Non è niente (“ci hanno convinto che in questo mondo non c’è niente per cui lottare, solo da comprare”), ci tuffiamo nella nostalgica Progetti per il passato (scritta con un altro degli artisti più interessanti del momento, il corregionale Setak), ci struggiamo definitivamente, sempre più coinvolti in questo vortice emotivo, con Sanguina.
Quando poi, ormai irrimediabilmente presi dall’incantesimo, crediamo di aver raggiunto il culmine delle emozioni, sono saliti sul palco anche Fabrizio Cesare e Setak, per una versione “prodotta” di Perdere, il già citato capolavoro, che ci ha lasciati letteralmente senza fiato. Luca ha poi introdotto Mi sono perso, omaggiando la madre scomparsa, e appena ne ha intonato i primi versi, tutto il pubblico, con gli occhi lucidi, si è abbandonato all’abbraccio di queste note, fino a perdersi con lui.
Nell’arco della serata ci sono stati inoltre e in ordine sparso: versi letti o proclamati, fogli accartocciati e gettati, la partecipazione di Marco di Nardo dei Management, e un’ interpretazione attuale e straziante del brano di Jannacci “La costruzione”, in cui Romagnoli ha messo tutto sé stesso, regalandoci altri brividi. Per finire, un’altra poesia di Vik Stragovin che, con le sue parole nude e vellutate, come un sipario, ha chiuso elegantemente questo concerto/evento straordinario, così vero da avvicinarsi al miracolo.
Ringraziamo Luca Romagnoli per la generosità e la disarmante sincerità con cui si è concesso in questo concerto che ci ha ricordato la bellezza dell’essenza e l’importanza delle parole.
Il tour prosegue con altre date a Napoli, Terni, Bologna, Pescara e Taranto e ci auguriamo di poter rivivere presto tutto questo, assistendo a una delle sue esibizioni.
Sai cos’ho scoperto diventando grande?
Ho scoperto che si può anche perdere, ma mi ci metto a ridere
Finché sono vivo voglio vivere
e quando muoio posso anche morire
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