<<Alla pioggia e al sole, un po’ come tutte le canzoni viene, arriva così. Quelle che sentiamo nostre, quelle che sentiamo belle si manifestano come un regalo venuto dal cielo. Quando ho sentito questo dono stavo viaggiando in treno: un mezzo di trasporto che non prendo spesso, ma che trovo molto romantico. Quel giorno non c’era un bel tempo da ammirare fuori e avevo con me il libro di poesie di mio padre, Adriano Grande – porto sempre un libro con me quando mi sposto, è un po’ una scaramanzia- ma un’altra cosa ha suscitato in me interesse. Avevo una vicina estremamente particolare con cui non ho scambiato neanche una parola. Questa, aveva accanto un compagno con cui litigava, con cui faceva pace, un attimo prima era in un modo, quello dopo in un altro: un’altalena continua. Da lì è venuta fuori la canzone>>, ci racconta Mario Grande.
La metaforologia ci insegna a rappresentare un oggetto di cui non possiamo definire l’entità con l’ausilio di un altro oggetto. In senso più ampio, una figura retorica ci permette di indentificare un referente che a livello concettuale non possiamo risolvere nella sua completezza e per questo ci avvaliamo degli ausili più disparati: ora la similitudine, ora la metafora, poi la sineddoche… e così il mondo gira, dando all’uomo la possibilità di far finta di comprendere ciò che non comprende perché attribuisce agli oggetti dalla natura incomprensibile solo quelle proprietà che può capire e dominare per renderseli più familiari. Non è sempre stato così, in riferimento alla donna? Sebbene lo stesso ragionamento possa essere attribuibile all’uomo, quest’ultimo è sempre stato visto fin dalla filosofia greca antica come l’elemento di stabilità, l’uniforme, la sicurezza, l’omogeneo. La donna invece è la dicotomia, la separazione, l’incertezza, la discontinuità, l’apertura alla molteplicità. Il paradosso della plurima molteplicità della pioggia e l’uno del sole, lo scherzo atmosferico che prima porta il buio e poi, d’improvviso, la luce. Come “Alla pioggia e al sole”, come il nome della raccolta di poesie di suo padre che intanto, Mario, leggeva.
Un omaggio al mondo femminile che parte intimamente dal trascorso del nostro cantautore, che ha perso il riferimento genitoriale paterno da piccolo <<avevo otto anni quando è morto quel papà che vedevo un po’ come un compagno di giochi>> continuando poi il suo percorso di crescita guidato da due figure altrettanto autorevoli e forti: la madre e la sorella.
<<Questo mi ha reso un po’ femminista: la mia esperienza di vita mi ha portato a prendere in seria considerazione l’animo femminile e ad attenzionarlo da vicino, fino a stimarlo in maniera notevole: c’è una marcia in più nelle donne>>.
Una “settima marcia” di un motore sempre su di giri che porta le donne ad essere sempre quella risolutezza che fa la differenza, che manda dritto e avanti nonostante l’apparente fragilità. La positiva recidività della forza e dell’azione: un aspetto che si evince chiaramente dal videoclip con ambientazione misterico-medievale che accompagna il singolo.
<<L’ambientazione medievale è stata volutamente provocatoria visto il trattamento che veniva riservato alle donne all’epoca, in forte e assurda analogia con le violenze e le discriminazioni che sono costrette a subire ancora oggi in alcune parti di mondo. La canzone non era partita dall’idea di sviluppare questa tematica, però forse sono le mille insicurezze, gli intricati pensieri che portano l’universo femminile a sviluppare una forza e una resistenza nei confronti della vita che gli uomini non hanno. Del resto, il musicista è come un artigiano che inizia, regola, rifinisce, lucida, si porta dietro idee…e quindi la canzone ha preso spontaneamente questa direzione >>.
Il videoclip prodotto da Bad Bros potrebbe essere considerato alla pari di un cortometraggio grazie all’ottima regia di Gianluca Della Monica. La “storia” ruota attorno a tre figure di donne: una regina, impersonata da Carlotta Garlmarini che, preoccupata, decide di salvare la propria figlia e una strega destinata al rogo che prende il volto di Valentina De Angelis. Il nodo di partenza e il filo conduttore dell’intera azione sono le mani di queste donne <<che sono, in genere, la prima cosa che guardo>>, ci confessa Mario Grande.
Sono mani che agiscono, mani che sfiorano, che toccano per dare sostegno dove c’è dolore, che curano. Le mani delle donne sono fatte con un’armonia di forme che spesso suggeriscono delicatezza e amore fin dal primo sguardo.
C’è anche la figura del sovrano impersonata dallo stesso cantautore. L’uomo è messo volutamente in penombra e la sua statica presenza sembra destinata all’inazione fino alla fine del video, momento in cui invece, con un moto inaspettato e grazie all’esempio di forza dimostrato dalle donne attorno a lui, decide di salvare la strega dal rogo quando già le fiamme avevano cominciato ad essere sempre più alte. Tutto condotto entro i limiti del giusto mezzo tra l’animo discreto dell’artista e la sua volontà di essere ascoltato piuttosto che “visto”.
<<Io sono tutto meno che sovrano, e non amo stare sotto i riflettori. Potrebbe risultare difficile a credersi visto il lavoro che faccio ma preferisco che siano le canzoni a parlare per me. Far parte dei videoclip non è una mia prerogativa, anzi a volte ne dirigo io stesso regia>>.
Un omaggio all’universo femminile fatto di infinite, forti contraddizioni che rendono la donna una speciale meraviglia del creato, ma senza alcuna possibilità di rinchiuderla all’interno di definizioni limitanti. Da “Donna ti voglio cantare” già Branduardi ci ha dimostrato che si può parlare di donna solo parlando d’altro: di elementi, di ruoli, di stati d’animo.
Un omaggio anche al padre di cui ha continuato l’attività seguendo le tracce solo, però, in un equidistante parallelismo:<< Mio padre aveva fondato anche una rivista a suo nome, col titolo “Circoli” in cui hanno scritto poeti del ‘900 molto importanti come Montale, ad esempio. Dirigeva anche altre riviste e cercava di dare modo di pubblicare anche ai giovani. Io faccio lo stesso, ma con la mia casa discografica. Non ho mai voluto seguire strettamente le orme di mio padre perché fin da bambino ho avuto una sorta di rispetto per la sua figura. Eppure la musica alla fine mi ha riportato lì da lui: i cantautori con i loro testi non sono forse i poeti odierni eredi di quelli del 1900?”
Mario Grande, cantautore con un’ambivalenza di fondo parla d’amore con le note del suo pianoforte ma affronta con il rock anche temi più giornalistici e politici. Preferisce scrivere la notte lontano dal caos nel suo studio di registrazione che ha definito <<un rifugio>>. L’obiettivo è quello di continuare a fare Musica, con la “M” maiuscola, che sia inconfondibilmente musica d’autore.
<<Poco prima di addormentarmi, è quello il momento il cui il mio cervello corre in piena attività suggerendomi tantissime idee che appunto subito sul blocco note del mio cellulare. Il fresco giudizio del mattino dopo, poi, mi fa capire se quello che ho prodotto potrebbe essere utilizzato oppure no. In tutto questo, la mia speranza è che ci sia ancora spazio per la vera musica: non voglio essere troppo polemico per tutto ciò che concerne la musica italiana dell’ultimo periodo che non sembra rappresentare a 360 gradi tutto il pubblico. Le case discografiche italiane cercando di soddisfare il pubblico più presente anche su internet che è quello dei teenager, mettendo un po’ in ombra la musica d’autore che invece in Europa va ancora forte. Mi piacerebbe che venisse soddisfatto anche il resto del pubblico, che magari fruisce meno dei social network ma che comunque esiste, e merita attenzione>>.
Di Ginevra Lupo
“Alla pioggia e al sole”, il nuovo singolo di Mario Grande, è disponibile in tutti i digital stores.
Link e invito all’ascolto: https://www.youtube.com/watch?v=byo3RS9VGgw