Una commemorazione veramente toccante, quella tenutasi il 23 Novembre 2018 presso l’Istituto tecnico Di Vittorio – Lattanzio di Roma, ma anche formativa per l’enorme numero di studenti presenti e soprattutto partecipanti. Cercare di affrontare il problema del bullismo cogliendo l’occasione del 40° anno dalla morte di Giovanni Lattanzio, ma in particolare organizzare in maniera pressoché perfetta l’evento, non era cosa semplice, un plauso quindi deve andare a chi ha voluto fortemente questa giornata volta a trasmettere ai ragazzi un messaggio forte che è quello che la morte di Giovanni non deve essere considerata inutile, inspiegabile, impunita purtroppo si, ma inutile non può e non dovrà mai essere. Incredibile come, dopo 40 anni, sia ancora sentita e partecipata questa vicenda.
E così che l’aula 50 dell’istituto si riempie all’inverosimile, tantissimi studenti che la gremiscono e rimangono presenti fin all’ultimo minuto delle oltre 2 ore della cerimonia.
Ospiti d’onore, ovviamente la famiglia di “Gianni” come lo chiamavano i più stretti, la mamma Enrica, il papà Antonio, la sorella Marisa ed il fratello Luca con la moglie, tutti segnati dal dolore che dopo 40 anni rimane fresco e presente come non fosse passato un giorno. Determinati nel trasmettere ai ragazzi la loro esperienza e raccontare chi era il loro caro e quanto sia stato incomprensibile ed infame quel gesto di cui ancora oggi se ne cerca l’autore ed il motivo, ancora più fermi nella ricerca della verità per porre le tante domande ancora senza risposta che avrebbero da fare.
La promotrice, prof. Teresa Maria Anna Squitti, aprè introducendo gli altri coorganizzatori, il direttore dell’istituto Claudio Dore e l’ex preside e docente della VB, classe di Gianni, Biagio Vallefuoco. Entrambi si presentano con testimonianze dirette ed indirette raccontando la storia della scuola che vedeva le V di quell’anno le primissime V a dare gli esami di maturità, come sia cambiata la scuola da quegli anni e come sia stato difficile il percorso per poterla intitolare a nome di uno “semplice” studente.
La prof. Squitti che oltre a ringraziare per la collaborazione anche l’altra sua collega, la prof. Giordano, fa da moderatore dell’evento e comincia a chiamare i ragazzi che frequentano la scuola di oggi e che fanno parte del laboratorio teatrale dell’istituto.
Tantissimi, delle classi V ma anche di II, sfilano ad uno ad uno recitando poesie o brani scritti da loro e dedicati a Gianni, così, come se fosse un loro compagno di oggi, in fondo la sua vita si è fermata a soli 17 anni, la loro età, allora lo chiamano, ci parlano, gli raccontano la loro giornata o gli chiedono semplicemente come va, come ad aspettarsi una risposta, come una chiacchierata tra amici. Loro frequentano la scuola che porta il suo nome, lo sanno che era uno come loro, se ne rendono conto anche guardando le foto di lui assieme ai suoi amici nella vita di tutti i giorni e che scorrono proiettate sul telo dell’aula. Ne conoscono in parte la storia ed oggi attendono di ascoltare la storia nella sua completezza, da chi questa storia l’ha vissuta in prima persona. Ma prima di questo, un intervento interessante è quello del dott. Tommaso Scandale, neuropsichiatra infantile che affronta il tema del bullismo nelle sue forme, trasformate si nel tempo, ma ispirate dagli stessi principi. Scandale, spiega anche ai ragazzi quali possono essere le cause scatenanti della storia che ha visto protagonista Gianni, come cercare di non farsi influenzare e come eventualmente cercare di porre rimedio a situazioni limite. Seguono gli interventi del giornalista Lorenzo Gramaccioni che 4 anni fa scrisse la sua intervista impossibile fatta a Gianni e dell’assessore alla cultura del V municipio Maria Teresa Brunetti. Ma come dicevamo, la parte più commovente è sicuramente stata quella che ha visto protagonisti i ragazzi della scuola, che con i loro scritti e accompagnati dal chitarrista Stefano Barbati, sono riusciti ad arrivare al cuore dei presenti, diversi in lacrime, soprattutto i compagni di classe di Gianni, anche loro intervenuti numerosi all’evento che hanno poi voluto omaggiare i familiari con delle dediche scritte ed un mazzo di fiori. Una bandiera italiana, tirata per i lembi, da uno studente di quinta del 2018 e da un “ragazzo” di quinta del 1978, scopre una targa affissa all’ingresso della scuola come dedica ad “un giovane che sorrideva alla vita”, atto conclusivo di una giornata che rimarrà nella memoria dei presenti e speriamo per chi seguirà, perché la vita è una e va vissuta ma soprattutto, non deve essere negata.
Quell’anno, quei giorni, quel giorno
4 anni passati assieme, 4 anni di amicizia resa sempre più forte dal tempo. Compagni di banco, compagni di studio, e alla fine anche compagni di divertimento, dal Giovanni XXIII, istituto tecnico industriale in quel di Tor Sapienza, all’ex XVI ITIS, oggi purtroppo, ITI Giovanni Lattanzio.
Purtroppo, non per la dedica, fortemente voluta, dagli alunni della scuola e soprattutto dagli allievi e professori della sua classe, ma perché questo significava e significa che Gianni non c’è più. Gianni non ha avuto la possibilità di vivere una vita come tutti noi, una vita fatta di difficoltà, di sudore, ma anche di soddisfazioni e piaceri, di sconfitte e vittorie insomma, una vita. Ne è stato privato, con violenza, arroganza, presunzione di onnipotenza. Erano anni difficili, soprattutto il 78, anno di fermenti politici e non, l’anno dei tre papi, ma anche il più buio tra gli anni di piombo, il più nero per la democrazia del nostro paese, dall’uccisione di Peppino Impastato, vittima eccellente di mafia, al rapimento e uccisione di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse.
Le pistole e le contestazioni violente in piazza, gli attentati e le uccisioni erano loro malgrado, protagoniste dei telegiornali di tutti i giorni. Le scuole ed i ragazzi di quel periodo non erano esenti dalle influenze del violento clima socio politico che si respirava, la contestazione non era lontana anzi, era ancora fortemente presente nelle scuole e nelle periferie della città l’atmosfera era quella del far west, dove chiunque in possesso di un arma, si sentiva il diritto di brandirla alla prima occasione, magari non per usarla ma per dimostrare chi era l’animale alfa del branco. E’ così che una mattina di Settembre del 1978, per un banale incidente, “una pestata di piede” su un bus affollato, che in una società civile si concluderebbe con un “mi scusi”, “ ma no, non si preoccupi, può accadere”, si scatena una discussione il cui epilogo è di una violenza inaudita, inspiegabile o meglio, spiegabilissima, perché la mano è quella di un delinquentello, di un balordo, che per farsi grande di fronte al suo amico e magari incoraggiato dallo stesso, estrae una arma e fa fuoco. Accidentale o meno che sia, l’arma non doveva essere in quelle mani, a disposizione del branco a disposizione di due “vermi”.
Gianni non doveva essere su quell’autobus quella mattina, doveva rimanere a casa per un piccolo problema di salute, ma c’era un’interrogazione e decise di non rinunciare ad essere presente, il fato, maledetto fato. Vista l’atmosfera di quel periodo le prime ipotesi che si fecero erano quelle che l’accaduto fosse legato ad un movente politico poi si cerco la motivazione in un regolamento di conti fra bande, ma non era nulla di tutto questo, Gianni ha avuto solo la sfortuna di incontrare sulla strada della sua vita, due nullità, capaci di farsi forza solo attraverso l’esibizione di un arma, in somma due “Bulli da strapazzo”, nemmeno capaci di capire qual’è il limite oltre il quale non si dovrebbe mai andare.
Bullo poi per cosa? Per dimostrare a chi? Se hanno una coscienza, lui e il suo compare, avranno portato questa pesante macchia per il resto dei loro giorni ma magari non ce l’hanno mai avuta una coscienza e si saranno anche vantati di aver stroncato una vita, una vita che era proiettata al futuro, piena di speranze e di progetti di un tranquillo e “normale” ragazzo di periferia.
Ciao giovane che sorridevi alla vita!