L’Occidente è vittima di se stesso

26 Febbraio 2022
8 mins read

 

L’evoluzione della crisi ucraina, iniziata nel 2014, sta procedendo a seguito del recente riconoscimento da parte di Mosca delle Repubbliche separatiste del Donbass, Donetsk e Lugansk, con l’attuazione di una operazione militare condotta da forze russe che, originariamente iniziata con lo scopo di sostenere i separatisti filorussi di queste due aree, si è evoluta portando le truppe russe nei sobborghi della capitale dell’Ucraina.

Questo sviluppo della crisi non può essere considerato come un avvenimento a sé stante, ma deve essere inserito, quale passo intermedio, nel contesto generale del perseguimento di una visione strategica, sviluppata dalla Russia alla fine degli anni Novanta, volta a riottenere il ruolo e il riconoscimento di grande potenza.

Il fine strategico di Mosca non appare, quindi, quello preconizzato e sostenuto dai media occidentali di invadere l’Ucraina e annettersi il paese, quasi si trattasse di una partita a Risiko, con obiettivo dichiarato di ricostituire la Russia degli Zar.

La decisione russa di puntare su Kiev è motivata, presumibilmente, dalla necessità di provocare uno scossone politico capace di screditare la dirigenza ucraina, provocando un possibile cambio di regime, delegittimando il presidente in carica al fine di creare le premesse per un governo più filorusso.

Che questo possibile scenario possa concretizzarsi resta da dimostrare e al momento appare quantomeno, improbabile che tale disegno strategico possa essere coronato da successo.

Ciò che è importante realizzare, invece, è il reale obiettivo che ha spinto la Russia a intraprendere questa operazione militare.

Il fine di Mosca è quello di impegnare l’Occidente, vincolandolo a impiegare le sue risorse e le sue energie nell’ambito di uno scacchiere di secondaria importanza geopolitica, impedendo che USA ed Europa, uniti, possano ricoprire il ruolo del terzo protagonista nella gestione del nuovo scenario internazionale, costituito dagli scacchieri africano e indo – pacifico uniti dalla cerniera del Medio Oriente, che vede Cina e Russia protagonisti a tutto campo in una competizione velata di un falso fair play.

L’attrito tra la Russia e l’Ucraina, creato ad arte da un regime, quello ucraino (che vale la pena di ricordare di democratico ha molto poco, ma che ha saputo usare argomenti come democrazia, libertà individuali e diritti universali tanto cari al campo progressista occidentale), per cercare di ottenere il massimo appoggiandosi al miglior offerente, è stato usato da Mosca per coinvolgere USA ed Europa in uno scenario ideale per mettere sotto pressione sia la tenuta dei rapporti tra i partner occidentali, sia per consolidare il riconoscimento di un nuovo ruolo da protagonista sul piano internazionale, che il nazionalismo russo reclama e insegue.

L’ironia della situazione è rappresentata dal fatto che nel perseguire questo obiettivo la Russia non ha fatto altro che utilizzare gli strumenti diplomatici che l’Occidente ritiene essere una sua prerogativa e sui quali si basa come cardine della sua politica estera, facendoli propri e rigirandoli contro di noi.

Se per un attimo alziamo lo sguardo e ci asteniamo da valutazioni superficiali e utopistico progressiste sul presunto riconoscimento universale dei nostri valori culturali, possiamo vedere quali siano le modalità usate da Mosca nella creazione e nella gestione dell’attuale crisi.

Il concetto fondamentale sostenuto dalla Russia è stato quello che l’ipotesi dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO metta in discussione le garanzie di sicurezza dei propri confini, aumentando la sensazione di minaccia provocata dall’ulteriore presenza di un paese confinante a lei ostile.

Tale visione riprende, esattamente invertendolo, il concetto strategico sviluppato dalla NATO stessa, che sulla base della ricerca della sua sicurezza, tende, sostanzialmente a privilegiare, ancora, il suo fianco Est, in un ridicolo revival della guerra fredda, stimolato sia dalla paura dell’Orso (e dalla necessità di investimenti per le proprie economie traballanti) proprio dei membri dell’area baltico – orientale, sia dalla particolare ritrosia che i membri nordeuropei hanno nel considerare, per l’Alleanza, scenari lontani dal cortile di casa loro, fattori che vengono ampiamente sfruttati per vincolare le scelte strategiche della NATO.

Inevitabilmente, per il fianco Est della NATO la Russia rimane il nemico da cui proteggersi e da contrastare!

Questo insieme di fattori è stato abilmente sfruttato dalla Russia con la richiesta inviata agli USA di bloccare l’ipotesi dell’accesso della Ucraina nella NATO e di procedere a una smilitarizzazione dei Paesi ex URSS entrati nella NATO, ben sapendo che sarebbe stata rigettata, come offensiva, sulla base dell’applicazione del solito concetto della libera e democratica adesione a un’organizzazione blasonata e indispensabile come la NATO.

Il mancato riconoscimento, da parte occidentale, della necessità russa di ottenere sufficienti garanzie sulla sicurezza dei propri confini, ha suscitato la provocazione di Mosca, che ha provveduto a schierare un robusto (ma non certo idoneo a una invasione in piena regola) dispositivo militare ai confini dell’Ucraina e in Bielorussia (che, per inciso, è stata costretta obtorto collo a partecipare mediante una serie di ricatti economici, neanche tanto velati, che però non hanno scatenato alcun tipo di reazione scandalizzata in Occidente!) per dimostrare la propria volontà di influenzare la politica ucraina verso una posizione meno antirussa, agitando contemporaneamente lo spauracchio di una guerra che avrebbe coinvolto un’Europa disunita e poco vogliosa di impegnarsi, se non a parole.

La reazione da parte occidentale, che si è sviluppata secondo un copione prevedibile e abbastanza scontato, ha consentito alla Russia di trovare delle ulteriori giustificazioni nel sostenere la sua posizione.

Dichiarazioni roboanti, ma prive di sostanza, da parte del Segretario generale della NATO, che hanno evidenziato la mancanza di coordinamento effettivo tra i membri della NATO.

Alzata di scudi delle Repubbliche Baltiche e della Polonia alla perenne ricerca di una vendetta contro l’arcinemico storico russo.

Pletora di iniziative diplomatiche, senza collegamento e prive di coordinamento, dove l’infantile ego nazionalista di Francia e Germania ha ritenuto come indispensabile il loro coinvolgimento quali mediatori di una supposta querelle tra Russia e USA, con processione di attori minori e deuteragonisti senza spessore alla corte di Putin nell’illusione di ottenere un qualsiasi riconoscimento di un possibile ruolo nelle trattative diplomatiche in corso.

Invio di sparuti contingenti militari nazionali (della decantata NRF, Nato Response Force, neppure l’ombra!), di armamenti e di materiali tecnici in Ucraina e Paesi limitrofi per rafforzare la credibilità di una volontà mancante di impegnarsi a contrastare con la forza una eventuale invasione.

Il tutto sostenuto da una campagna mediatica occidentale che preconizzava situazioni catastrofiche, con sedicenti esperti che stabilivano addirittura il giorno dell’invasione, i cui toni apocalittici hanno sfiorato il ridicolo, a completo vantaggio dell’azione russa.

Nel contesto generale la diplomazia di Mosca ha conseguito altri due risultati di spicco.

Il primo, la dichiarazione congiunta con la Cina che attribuisce agli USA il ruolo di nuovo Impero del Male.

Il secondo è stato quello di insinuarsi ulteriormente nelle crepe del blocco dei Paesi dell’Unione, aumentando il sospetto reciproco, proponendo e stringendo accordi commerciali con alcuni di loro, per forniture energetiche, facendo leva sulle necessità di esigenze nazionali specifiche.

Allo stato attuale delle cose, gli sviluppi e la gestione della crisi ucraina fanno sì che Mosca possa considerare il bilancio assolutamente positivo per i suoi fini strategici.

A questo punto è necessario esaminare quale sia, invece, il bilancio che noi, USA ed Europa, possiamo trarre sulla base dei risultati sino a ora conseguiti.

Dall’analisi dei risultati ottenuti, i seguenti fattori appaiono evidenti nella loro sconcertante realtà.

Il primo: gli Stati Uniti non hanno ancora riconfigurato la loro politica con una visione globale degna di una grande potenza e sono alla disperata ricerca di una leadership interna che non sia accecata da una impostazione Politically Correct progressista, universalista e sognatrice priva di qualsiasi strategia in grado di essere vincente.

Il secondo fattore riguarda la NATO, che ormai non è più quell’organismo costruito per produrre una politica di difesa e di deterrenza, ma sembra sempre più una specie di club al quale si deve appartenere per ricevere sicurezza e aiuti ma senza impegnarsi più di tanto, delegando il peso sul membro più grande e più facoltoso, ma discutendone ogni sua azione e astenendosi dal partecipare attivamente accampando prioritari interessi nazionali.

Forse la NATO sarebbe dovuta rimanere quella che era alla fine della guerra fredda limitandosi nella smania di ammettere nuovi membri al club, che ne hanno snaturato caratteristiche e processi procedurali.

Il terzo fattore riguarda inevitabilmente l’Unione Europea, che ancora una volta ha dimostrato il totale fallimento del suo principio costitutivo, rivelandosi non più di una unione economica (e parzialmente monetaria), aperta a tutti senza nessuna considerazione di ruoli ed efficacia, priva di una qualsiasi struttura politica in grado di prendere decisioni, senza una parvenza di strategia di politica estera, incapace di poter esprimere un ruolo politico nell’ambito di uno scenario internazionale complesso, difficile e multiforme come quello attuale.

L’Unione Europea è come un meccanismo perfetto i cui ingranaggi hanno perso la consapevolezza di appartenere a un organismo unico e lavorano in proprio, dove l’intraprendenza di Francia e Germania, e la loro convinzione di essere legittimati a proiettare un’immagine nazionale al di fuori del contesto europeo, vanificano il conseguimento di un qualsiasi fronte comune nelle scelte del sistema, relegando le imponenti Istituzioni Europee a ruolo di comparse senza valore in campo internazionale, come si sono rivelati la Commissione Europea o il Rappresentante delle Politiche di Sicurezza e Difesa (è naturale che poi la Commissione si impegni nel redigere il vademecum per definire la formula politically correct per gli auguri di Natale!!!!!!)

L’Europa dell’Unione è costituita da Paesi prigionieri delle loro stesse conquiste nel campo dei diritti e delle istituzioni libere e democratiche da loro create nella loro storia.

La presunzione che i nostri valori siano universali e che le nostre istituzioni siano le migliori ci porta a non considerare gli altri sistemi per quello che sono, impedendoci di affrontare le sfide geopolitiche che un mondo uscito cambiato dalla fine del secondo millennio ci propone e ci chiama a sostenere.

L’errore che Europa e NATO stanno commettendo adesso è quello di ripercorre una strada già percorsa, che è arrivata al suo capolinea.

La riproposizione di una nuova guerra fredda, dove abbiamo riprodotto un nemico chiaro e identificabile in una Russia, erede di una entità politica morta e sepolta, che noi vogliamo a tutti costi resuscitare, è sicuramente piacevole e ci offre una comfort zone sicura, conosciuta e rassicurante dalla quale non vogliamo uscire perché non siamo in grado di accettare il confronto con un altro ben agguerrito e pericoloso avversario del quale stentiamo a comprenderne sia la filosofia, sia la storia sia i caratteri e i valori che definiscono la struttura della sua società, ma che accettiamo come partner commerciale perché finanzia tutto.

L’attuale esperienza della crisi ucraina dovrebbe essere usata per dare l’avvio a un momento particolare di riflessione da parte dell’Occidente, che dovrebbe avere il coraggio di interrogarsi per rivedere se i valori che ne hanno definito la sua storia siano realmente quelli che la nostra società realmente mette in atto.

La riflessione deve accertare se questi valori sono ancora i cardini della nostra società occidentale; se sono ancora attuali e validi, allora, se vogliano sostenerli e proporli, dobbiamo cambiare completamente il nostro approccio alle dinamiche internazionali, adottando una visione geopolitica unitaria e condivisa, che faccia a meno di individualismi da prime donne, e che veda l’impegno di tutti i Paesi senza che nessuno si nasconda, godendo dei frutti coltivati agli altri.

Se questa riflessione non sarà fatta allora il nostro mondo sarà sempre più marginale e il nostro sistema di valori perderà quell’appeal che ne ha condizionato la storia.

Mentre da noi si discuterà se il Principe Azzurro può baciare la Bella Addormentata senza essere considerato un sessista, nel resto del mondo si scriveranno le regole per un nuovo ordine mondiale che ci verranno imposte da seguire.

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