Nagorno-Karabakh: un conflitto prennunciato che deve essere evitato per gli interessi italiani

30 Settembre 2020
5 mins read

Dalla mattinata di domenica 27 settembre 2020 la linea di confine tra l’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh (Artsakh come preferiscono chiamarla gli armeni) e l’Azerbaigian è stata sconvolta dalla ripresa delle ostilità con perdite militari e civili ingenti e la mobilitazione generale annunciata sia dal governo di Erevan che da quello di Baku. 

La modalità a livello di comunicazione strategica e propaganda mediatica segue il filone che ha caratterizzato il ‘conflitto congelato’ del Nagorno-Karabakh fin dal 1994 quando fu firmato il cessate il fuoco e istituito il Gruppo di Minsk presieduto da Francia, Russia e Stati Uniti il cui obiettivo sarebbe stato quello di favorire il processo di pace. Invece, in tutti questi anni si sono susseguite continue violazioni del cessate il fuoco con Baku e Erevan (e di riflesso Stepanakert, capitale della Repubblica del Nagorno-Karabakh) sempre pronte ad accusare la parte nemica di aver iniziato le ostilità e di minare il processo di pace. 

Anche in questo caso non è possibile decretare chi abbia violato il cessate il fuoco: l’Armenia accusa le forze azerbaigiane di aver avviato una operazione militare su vasta scala con bombardamenti di artiglieria pesante anche contro la popolazione civile residente nella capitale Stepanakert. L’Azerbaigian, dal canto suo, evidenzia come il Governo armeno negli ultimi tempi abbia dispiegato migliaia di soldati lungo la linea di confine per un futuro attacco come quello avvenuto in questi giorni. 

La verità è che questo conflitto era preannunciato e facilmente prevedibile da tempo. Soltanto lo scorso luglio soldati armeni e azerbaigiani si erano scontrati lungo la linea di confine della zona di Tovush (in armeno) o Tovuz (in azero) con perdite militari contenute. Se questo evento non ha destato particolare preoccupazione nella comunità internazionale ed è stato inserito nella lista dei continui scontri o schermaglie che si sono susseguiti in tutti questi anni, ciò che avrebbe dovuto preoccupare maggiormente gli attori internazionali e regionali era la propaganda mediatica organizzata da entrambi i governi e la folle corsa agli armamenti. 

Secondo i dati pubblicati dallo Stockholm International and Peace Research Institute (SIPRI) specializzato nell’analizzare la spesa nel settore difesa a livello globale, tra il 2009 e il 2018 la repubblica dell’Azerbaigian ha speso circa 24 miliardi di dollari nell’acquisto di armi ed equipaggiamento militare, dato superiore ai 4 miliardi registrati dall’Armenia nello stesso periodo. Occorre dire, però, che la disparità nella spesa militare è data dal differente andamento economico delle due repubbliche caucasiche (l’Azerbaigian grazie alle esportazioni di petrolio e gas naturale vanta una economia più solida di quella armena che dipende dalla partnership economica con la Russia e anche dalle rimesse estere dalla Diaspora Armena) e, ad onor del vero, secondo i dati pubblicati da SIPRI, il governo armeno ha speso circa il 21% del proprio budget statale nel settore difesa rispetto all’11% dell’Azerbaigian, dato significativo se si pensa che circa il 26% della popolazione armena vive al di sotto della soglia della povertà. 

In un conflitto congelato come quello del Nagorno-Karabakh è difficile comprendere le molteplici dinamiche che nel tempo lo hanno caratterizzato.  Lo scontro tra le due repubbliche del Caucaso meridionale ebbe inizio nel 1988 e fu una conseguenza delle tensioni avvenute tra la fine degli anni ’80 ed inizi degli anni ’90, in special modo dopo la caduta dell’URSS e la proclamazione dell’indipendenza delle ex repubbliche sovietiche. Nel 1992 scoppiò il conflitto tra Armenia ed Azerbaigian conclusosi nel 1994 con il cessate il fuoco tra le parti. Al termine degli scontri l’Armenia era riuscita ad occupare il 20% del territorio dell’Azerbaigian comprendente il Nagorno-Karabakh (che si era autoproclamato repubblica definendo così la propria indipendenza da Baku) e sette distretti limitrofi. Per favorire il processo di pace l’OSCE aveva creato subito dopo il cessate il fuoco il Gruppo di Minsk presieduto da Russia, Francia e Stati Uniti a cui si aggiunsero come membri effettivi anche l’Italia insieme a Bielorussia, Germania, Finlandia, Svezia, Turchia e ovviamente Armenia e Azerbaigian. Il Gruppo di Minsk ha registrato, però, una serie di insuccessi e rallentamenti e per anni il conflitto venne per l’appunto considerato ‘congelato’ anche se sulla linea di confine,  caratterizzata dalla costruzione di vere e proprie trincee che rievocano la Prima Guerra Mondiale, si sono susseguite numerose violazioni del cessate il fuoco.

Ma perché la ripresa su larga scala del conflitto del Nagorno-Karabakh deve essere evitata? E quali sono gli interessi italiani nella regione? Innanzitutto occorre evidenziare come il Caucaso sia una regione di primaria importanza strategica e ‘ponte’ naturale tra l’Europa e l’Asia, nonché ‘barriera’ tra il mondo cristiano ordotosso e quello musulmano come era stato sottolineato da Marie Bennigsen-Broxup, studiosa esperta di Caucaso ed Asia Centrale . La regione caucasica è connessa non solo con i paesi vicini come Russia, Turchia e Iran, ma anche con l’intera area del Mar Caspio e così con l’Asia Centrale e con il Medio Oriente con cui ha legami grazie anche alla diaspora caucasica. Quindi, la destabilizzazione del Caucaso meridionale a seguito di un conflitto comporterebbe problemi inerenti la sicurezza per una vasta area che dalla Russia meridionale arriverebbe fino alle coste centroasiatiche del Mar Caspio e alla regione del Vicino Oriente. 

Per lo Stato italiano il Caucaso rappresenta un mercato importante: l’Italia è il primo partner commerciale dell’Azerbaigian con cui detiene relazioni stabili e durature. Inoltre, la regione Puglia è pronta ad ospitare il terminale ultimo del gasdotto transadriatico (TAP) il quale dovrebbe far giungere in Italia il gas naturale estratto dal deposito di Shah Deniz nell’area caspica azerbaigiana dopo essere stato trasportato in direzione europea attraverso la Georgia, la Turchia con il gasdotto transanatolico (TANAP), la Grecia e l’Albania (con il TAP stesso). Questo terminale renderebbe l’Italia un hub energetico per l’approvvigionamento dell’Unione Europea e rafforzerebbe la partnership con l’Azerbaigian essendo quest’ultimo uno dei mercati individuati da Bruxelles per supportare la propria Strategia di Sicurezza Energetica il cui fine è quello di diversificare le importazioni di petrolio e gas naturale e diminuire così la dipendenza dell’UE dalle importazioni della Federazione Russa. Oltre a divenire hub energetico europeo grazie al TAP, l’Italia mira a sfruttare l’Azerbaigian come hub logistico per la regione del Mar Caspio e così implementare la propria presenza nei mercati centro asiatici ricchi di risorse naturali ed energetiche e predisposti all’acquisto dei prodotti del Made in Italy. 

Se l’Azerbaigian rappresenta un valido partner commerciale per l’Italia ed un ‘trampolino di lancio’ verso il mercato centroasiatico, con l’Armenia il Bel Paese vanta relazioni storico-culturali molto forti e durature. L’Armenia è considerata la prima nazione cristiana della storia e la comunità armena in Italia è ben radicata e presente in diverse città, tra cui è possibile citare Venezia, Roma e Napoli. Nel novembre 2019 durante una visita ufficiale a Roma il premier armeno Nikol Pashinian ha sottolineato come l’Italia sia il secondo partner commerciale dell’Armenia all’interno dell’Unione Europea. Inoltre, lo Stato armeno fa parte dell’Unione Economica Euroasiatica, organizzazione che permette il libero scambio con la Federazione Russa, il Kazakistan, la Bielorussia, e il Kirghizistan, un mercato pari a circa 170 milioni di consumatori. Avviare una attività in Armenia, quindi, risulta essere vantaggioso per le imprese italiane perché permette loro di approdare su mercati di difficile accesso (basti pensare alla Russia a seguito delle sanzioni imposte dall’Unione Europea a causa della Crisi Ucraina), ma con un numero di consumatori in crescita e una manodopera specializzata a basso costo. 

Vantaggi che rischierebbero di essere annullati se gli scontri che si stanno registrando lungo la linea di confine dovessero esplodere in un nuovo conflitto del Nagorno-Karabakh che porterebbe instabilità e incertezza nella regione caucasica meridionale, crisi umanitaria, coinvolgerebbe attori regionali come la Russia, la Turchia e anche l’Iran che hanno interessi geopolitici differenti, e potrebbe bloccare il mercato energetico essendo gasdotti e oleodotti infrastrutture critiche e possibili target di operazioni militari. 

Essendo l’Italia un membro del Gruppo di Minsk e vantando rapporti solidi sia con l’Armenia che con l’Azerbaigian, è fondamentale che il Governo italiano si adoperi per favorire il processo di pace e agisca per gli interessi nazionali come ruolo di mediatore in una regione strategica primaria come quella del Caucaso (azione che potrebbe risaltare il ruolo dell’Italia nel panorama delle relazioni internazionali e far dimenticare i recenti passi falsi in politica estera registrati ad esempio in Libia).

di Giuliano Bifolchi

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