Le elezioni presidenziali in Bielorussia tra proteste e arresti

14 Agosto 2020
4 mins read

Domenica 9 agosto si sono tenute le elezioni presidenziali in Bielorussia e dalle 08:00 ora locale, Alexander Lukashenko e Svetlana Tikhanouskaya, i due principali candidati, si sono sfidati in un clima tutt’altro che pacifico. Già negli ultimi mesi la situazione è risultata particolarmente delicata, con l’esclusione dalla corsa alle elezioni e gli arresti di numerosi candidati all’opposizione da parte del Presidente in carica; la notte prima delle elezioni vi sono stati nuovi numerosi arresti e dal giorno delle elezioni in poi vi sono state molteplici proteste contro il sistema vigente, i brogli elettorati e le violenze dello Stato. Nonostante l’assenza di risultati ufficiali, Lukashenko ha affermato di aver vinto le elezioni presidenziali con l’80% dei voti, a dispetto di quanto anticipato dai sondaggi indipendenti. Non sono mancate, dunque, le critiche della comunità internazionale, dai leader dei paesi europei fino ai rappresentanti delle istituzioni di Bruxelles.

Il contesto

Alexander Lukashenko viene definito “l’ultimo dittatore d’Europa”: ha 65 anni ed è al potere dal 1994 con la carica di Presidente. Negli anni ha mantenuto un saldo controllo sui media, sulle opposizioni e sul Paese, mantenendo tuttavia un equilibrio strategico nei confronti delle istituzioni europee e della Russia. La campagna elettorale che si è svolta in Bielorussia è stata caratterizzata dagli arresti di politici e opposizioni, nonché dalle proteste dei cittadini. Tuttavia, è iniziato a cambiare il contesto nel quale la campagna si è svolta, complici anche la crisi economica e di Covid-19.

Quello che viene considerato un vero e proprio regime è stato, per la prima volta, messo in discussione da tre donne. In particolare, i tre principali avversari politici del presidente sono stati interdetti dalla partecipazione alle elezioni: due sono stati arrestati con accusa di partecipazione ad una protesta e frode fiscale, il terzo è stato costretto a lasciare il paese. Come reazione a ciò, le mogli dei due leader arrestati e la coordinatrice della campagna elettorale del terzo si sono unite in una coalizione tutta al femminile che ha generato un’ondata di entusiasmo, consensi e partecipazione che da anni mancava. Dunque, a capo dell’opposizione è stata posta Svetlana Tikhanovskaya, ex insegnante di inglese, che ha partecipato con un solo obiettivo: essere eletta, rimuovere Lukashenko e convocare elezioni libere entro sei mesi, restituendo al Paese la libertà di scegliere democraticamente.

Immediata la reazione autoritaria di Lukashenko: “la nostra costituzione non è fatta per una donna, e la società non è abbastanza matura perché una donna diventi presidente” ha dichiarato, per poi aggiungere che le tre donne sono manovrate da potenze esterne, così come tutte le proteste. Tuttavia, Tikhanouskaya, Tsepkalo e Kolesnikova hanno continuato con la loro campagna elettorale di contrasto al presidente, coinvolgendo moltissimo la capitale e non solo, fino a essere identificate in delle supereroine.

Le elezioni e le proteste

Le elezioni di domenica sono state precedute da nuovi numerosi arresti, tra cui la manager della campagna elettorale della Tikhanouskaya, e nuove proteste. Nonostante la mancanza di ufficialità, Lukashenko sembra essersi riaffermato come presidente per la sesta volta consecutiva con l’80% dei voti e l’avversaria sembra essersi fermata solo all’8%. A seguito di questo risultato, ci sono state manifestazioni con migliaia di partecipanti riuniti per protestare contro i risultati, anche se non ufficiali, e dunque contro il presidente in carica, ma sempre in modo pacifico. Da subito, ogni forma di protesta è stata duramente repressa, vi sono stati molteplici arresti, Minsk è stata riempita di veicoli militari e le tre donne dell’opposizione hanno dovuto nascondersi. La Tikhanouskaya ha subito accusato il governo di brogli elettorali e manipolazioni, anche a causa delle modalità di voto utilizzate, con voti anticipati di una settimana e seggi elettorali senza alcun controllo.

Vista la situazione a seguito delle elezioni, la candidata Tikhanouskaya ha lasciato la Bielorussia e si è rifugiata in Lituania, dove potrà stare per un anno. Lukashenko ha ribadito la sua convinzione per cui le proteste e l’opposizione sono manovrate da potenze straniere ed ha annunciato una energica risposta alle violenze. Già il giorno seguente alle elezioni si è parlato di 3000 arresti, tra cui anche un giornalista freelance italiano che è stato poi rilasciato, e molti altri giornalisti stranieri; vi sono stati, inoltre, anche dei morti.

Le reazioni della comunità internazionale

Non si è fatta attendere la reazione della comunità internazionale. Sin da subito, la Polonia ha richiesto un vertice europeo straordinario sulla situazione in Bielorussia, dopo gli scontri che hanno seguito le elezioni presidenziali, e ha fatto un appello insieme a Lituania e Repubblica Ceca affinché vengano rispettati gli standard democratici e i diritti fondamentali. Il portavoce del governo tedesco Seibert ha affermato che “nelle elezioni presidenziali in Bielorussia non sono stati rispettati gli standard democratici minimi” e questo “non è accettabile”, oltre ad aver manifestato “forti dubbi” sui risultati delle elezioni; inoltre, la Germania ha anche convocato l’ambasciatore bielorusso. Anche gli Stati Uniti si sono detti “profondamente preoccupati” e hanno chiesto al governo di “rispettare il diritto di riunirsi pacificamente e astenersi all’uso della forza”. Quanto alla Francia, un portavoce del ministero degli Esteri ha affermato “osserviamo con preoccupazione la violenza che è stata lanciata contro i cittadini bielorussi che sono venuti a manifestare dopo la chiusura dei seggi elettorali e chiediamo la massima moderazione”. Anche l’Italia si è unita al coro: la Farnesina ha espresso “profonda preoccupazione per la compressione dei principali diritti civili e delle fondamentali libertà democratiche” in atto. Perciò “l’Italia invita le Autorità di Minsk ad avviare al più presto un dialogo con le opposizioni e a mettere in atto tutte le misure necessarie ad allentare le tensioni. Da parte italiana non si mancherà di offrire ogni utile sostegno ad una Bielorussia stabile e democratica”.

Per ciò che riguarda le organizzazioni, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha condannato la repressione delle proteste dopo le elezioni presidenziali di domenica e ha chiesto la liberazione degli arrestati. L’Unione europea, dopo aver aspramente criticato Lukashenko e la situazione a Minsk, è arrivata anche a minacciare con sanzioni, in quanto si denuncia che in Bielorussia le elezioni non sono state “né libere né eque”. La presidente della Commissione europea Von der Leyen ha chiesto la pubblicazione dei risultati delle elezioni e ha dichiarato che “la repressione violenta di manifestazioni pacifiche non deve succedere in Europa”. L’Alto rappresentante Borrell ha invece affermato: “la repressione violenta e gli arresti di manifestanti pacifici in Bielorussia devono finire. I bielorussi hanno diritto alla democrazia e ad elezioni libere ed eque. Seguiamo da vicino gli sviluppi e lavoriamo su una risposta Ue e una dichiarazione dei ministri degli esteri dei 27”. “La violenza contro chi protesta non è la risposta. La libertà di espressione, di assemblea, i diritti umani di base devono essere sostenuti”, ha aggiunto Charles Michel, presidente del Consiglio europeo.

Non sorprende, invece, che a congratularsi con Lukashenko per la vittoria alle elezioni siano stati i presidenti di Russia e Cina, Vladimir Putin e Xi Jinping: entrambi hanno inviato al presidente bielorusso messaggi di congratulazioni.

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