Torture e morte sul deep web: spettatori minorenni in Italia

17 Luglio 2020
2 mins read

Il web in chiaro, quello indicizzato sui normali motori di ricerca, raggiungibile tramite Google e a portata di tutti, si stima che non superi il 5% della rete. Dark web, deep web hanno spazi e contenuti inimmaginabili e vi si può accedere tramite connessioni particolari sistemi software che fanno da ponte con il normale internet. Esiste anche un web definito Marianna, (dalla fossa delle Marianne); un universo infinito del quale è forse inconcepibile anche alle menti più evolute immaginare il contenuto.

Già sul deep web è possibile acquistare in criptovaluteinformazioni o un abbonamento ai trasporti pubblici, droghe di ogni tipo, carte di credito clonate con relativi PIN; follower per siti social, falsi titoli di studio rilasciati magari a Oxford o Cambridge. E’ possibile anche affittare un hacker o un abbonamento sui mezzi di trasporto. Ma la sezione acquisti del deep web armi vere e documenti contraffatti alla perfezione. Le notizie di questi ultimi giorni, tuttavia, parlano non solo della possibilità di acquistare un posto in prima fila a scene reali di violenza e orrore, ma anche che, per l’assoluta mancanza di controllo degli accessi e per l’anonimato che viene garantito agli utenti, il pubblico può essere formato anche da chi non dovrebbe.

Nel corso di un indagine non a caso denominata “Delirio”, sono stati scoperti tra gli spettatori di scene di violenza, torture, sevizie che portavano alla morte delle vittime, sempre bambini, diciannove minorenni italiani. La vicenda deve far profondamente riflettere e probabilmente ripensare l’approccio generale alla rete, l’uso che ne viene fatto e, circostanza importante e sempre meno presa in considerazione, la facilità di accesso alla rete da parte dei più giovani e l’utilizzo che non solo possono farne, ma che sono in grado di fare meglio delle generazioni precedenti. Non dimentichiamo che stiamo parlando di nativi digitali: ragazzi che, fin quasi dalla culla, per farli stare buoni hanno avuto in mano i tablet e i cellulari dei genitori. Aggiungiamo a questa abilità di uso dello strumento il normale gusto del proibito e del vietato tipico di una fascia di età che, adesso, parte prima dell’adolescenza e non dimentichiamo che nella società di internet l’importante è apparire, farsi vedere, avere follower e consenso. Un cocktail che può rivelarsi micidiale, proprio come in questo caso.

Le notizie parlano di scene in cui gli spettatori, pagando, possono chiedere anche in diretta particolari torture; una delle fonti parla anche di amputazioni che si aggiungono ad ogni possibile scena di pedopornografia, e violenze compiute da minorenni, anche ragazze, a danno di bambini che possono andare dai due ai quattro anni.

E’ forse l’ennesima conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che lo strumento di internet può essere non solo usata come arma, ma che è in mano a una moltitudine di persone che non hanno la più pallida idea della sua pericolosità non solo potenziale ma reale. I minorenni coinvolti e denunciati dovranno seguire il percorso giudiziario della vicenda e pagarne le conseguenze; ma la dura domanda che deve essere posta è sul ruolo avuto da chi avrebbe dovuto loro insegnare ad usare lo strumento tecnologico. Ma non possiamo anche esimerci dal chiedere come sia possibile impedirlo; quali strumenti debbano essere predisposti e sui quali vigilare per impedire che ciò possa accadere. Rivedere interamente il sistema con interventi preventivi e repressivi da parte delle varie forze dell’ordine deputate in tal senso già sarebbe un primo importante passo; ma la prevenzione deve partire dall’educazione dei giovani. E in questa difficile attività, famiglia e scuola sono chiamate ad un impegno del quale, probabilmente, non si rendono conto del peso e dell’importanza.

E’ necessario un ripensamento del sistema di approccio alla rete ed un’educazione digitale che sembra non esservi mai stata. L’equivalente di dare un’arma in mano a chi non sa usarla per poi lasciarlo completamente libero. La privacy e gli strumenti normativi, a cominciare dal GDPR, possono dare un supporto, ed i consulenti privacy collaborare a campagne di informazione, ma su questo argomento, considerati simili episodi, anche i legislatori sono chiamati ad interventi difficili e forse non popolari ma senza i quali, le conseguenze potrebbero essere devastanti.

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