Smart working e scuola: l’esperienza di un’insegnante

13 Giugno 2020
3 mins read

Con l’avvento del Covid-19, la vita di molti lavoratori italiani è indubbiamente cambiata. Per alcuni lo smart working è arrivato come un fulmine a ciel sereno, per altri era già prassi consolidata. Se nei giorni scorsi abbiamo visto come un’azienda privata ha affrontato la riorganizzazione del lavoro prima e dopo il lockdown, ora il nostro interesse si sposta nel settore pubblico, con un occhio di riguardo alla Scuola

«Vorrei mantenere tra il 30 e il 40 % dei dipendenti pubblici in smart working anche nel post-Covid». A parlare così è Fabiana Dadone, ministro della Pubblica Amministrazione che ha intenzione di allargare la possibilità di  lavorare ancora fuori dall’ufficio a tutti e non solo ai genitori con figli minori di 14 anni, come già previsto nel Decreto “Cura Italia”. 

Intanto altre novità arrivano dall’orizzonte scuola, dove la Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha parlato di una possibile ripartenza delle lezioni in presenza per settembre. 

Si tratterà comunque di un rientro graduale. Dal canto loro, gli insegnanti hanno deciso di scendere in piazza in 16 città definendo la didattica a distanza improponibile per il prossimo anno scolastico. 

Marianna Cinti, docente di Lettere

«Ritengo necessario tornare sui banchi a settembre, se questa didattica ha funzionato parzialmente in emergenza con classi già ben avviate, credo che non possa assolutamente accadere con quelle nuove, in cui membri e docenti ancora non si conoscono tra loro» afferma Marianna Cinti, titolare della cattedra di Lettere nella Scuola Media “Nardi” di Porto San Giorgio (FM). 

«Mi riferisco per esempio alle classi iniziali di ogni ordine e grado. Credo sia impossibile pensare di potere affrontare un percorso scolastico iniziale per l’infanzia, nella primaria, nella secondaria di primo grado e di secondo grado a distanza. Ritengo che per i più piccoli questa didattica non possa proprio funzionare. La scuola è socialità, stare insieme»  precisa. 

Le lezioni on line

Professoressa Cinti, come vi siete organizzati?

«Da soli e subito. Ci siamo rimboccati le maniche. Fortunatamente io e  altri colleghi avevamo già portato le nostre classi su piattaforme digitali da 4 anni, per cui è stato un lavoro in continuità. Eravamo già in regola  con liberatorie e quant’altro perché già in 1^ media avevamo regolarizzato l’iscrizione attraverso un modulo che la piattaforma  “We School” fornisce ai minori. Per cui, alcune classi sono partite subito, poi in accordo con la Dirigente Scolastica, i docenti che come me fanno parte del team digitale, hanno aiutato gli altri che non utilizzavano la piattaforma nelle loro classi. È stato formulato un nuovo orario delle lezioni, alternandoci tra mattina e pomeriggio»  

Le problematiche riscontrate

Ci sono state difficoltà? 

«Sì, sono emerse comunque sin dai primi giorni, perché, nonostante molti ragazzi sapessero già lavorare con gli esercizi e avessero confidenza con la piattaforma, i problemi sono emersi  con la connessione e soprattutto con i diversi strumenti da cui si può accedere alle videolezioni. 

La cosa più triste è che una didattica di questo accentua le disparità sociali. Nei casi in cui lo studente è stato seguito dalla famiglia, soprattutto se piccolo, il percorso è proseguito regolarmente. Quando non è stato così, è stato più difficile seguire tutti come quando si era in aula»  

Le soluzioni proposte

L’Istituto ha provato a risolvere queste problematiche?

«Per ovviare a queste mancanze, ha provveduto a fornire dei device ai ragazzi che non erano presenti alle videolezioni e a fornire aiuto per la connessione. Nonostante tutto, però permangono delle difficoltà» 

Quali?

«La più grande riguarda l’impossibilità di guardarsi negli occhi e di percepire da uno sguardo ciò che non va, ciò che hanno capito e che invece devi approfondire. Manca quel tipo di contatto che solo la didattica in presenza può dare. Per cercare di essere più vicini ai ragazzi abbiamo creato gruppi WhatsApp con docenti e alunni e devo dire che lì si riesce a comunicare e chiarire in modo più efficace e tempestivo» 

Per i ragazzi disabili quali modalità avete attuato? 

«Hanno seguito le lezioni con noi e l’insegnante di sostegno. In più hanno delle lezioni individuali. Siamo riusciti, grazie alla collaborazione dei genitori a seguirli bene e farli partecipare attivamente»

Le perplessità di chi va e di chi resta

Gli alunni di terza media come stanno vivendo questo momento?

«Sono disorientati e spaesati. Per diverso tempo, per l’esame si sono susseguite notizie diverse e contrastanti»

Ritorno sui banchi: che ne pensa della proposta di avere metà alunni in aula e metà collegati da casa?

«I problemi si moltiplicherebbero in questo modo. Certo, il primo punto da rivedere è la formazione di classi meno numerose, ma su questo noi docenti non possiamo fare molto» . 

 

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