Trump agita il mondo

7 Gennaio 2020
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Il calcolo ed il contenimento hanno caratterizzato la lunga rivalità tra Stati Uniti ed Iran. Una rivalità fatta di aggressioni più o meno segrete o tramite intermediari, evitando attacchi diretti e inequivocabili contro civili o militari che avrebbero innescato un aperto conflitto bellico nella regione. Quella tradizione è saltata in aria con un missile lanciato da un drone venerdì mattina nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. Con l’ordine di sparare quel missile, il Presidente Donald Trump non solo ha eliminato un nemico degli Usa, il temuto e potente generale iraniano Qasem Soleimani, ma ha anche rinunciato a uno dei suoi pilastri in politica estera: l’impegno a far uscire il Paese dalle “guerre eterne” in Medio Oriente. Le ondate sismiche dell’attacco scuotono un sistema mondiale in cui Trump, a tre anni dal suo insediamento, ben poco ha fatto per stabilizzare.

A differenza di Osama Bin Laden o Abubaker al Baghdadi, leader di Al Qaeda il primo e dello Stato Islamico il secondo, giustiziati in passato dagli Stati Uniti, il comandante delle forze d’élite Al Quds della Guardia Rivoluzionaria iraniana, unità responsabile delle operazioni all’estero, non era un obiettivo troppo difficile da colpire. I due precedenti presidenti hanno avuto la possibilità di eliminarlo, ma hanno preferito evitare per paura di entrare in una guerra senza fine. Ecco perché è sorprendente che colui che ha deciso di agire sia stato proprio Trump, che non ha mai nascosto la sua riluttanza a rimanere imbrigliato in Medio Oriente. Va ricordato che, a differenza di Bin Laden e Al Baghdadi, entrambi terroristi indipendenti che non rispondevano a nessun governo, Soleimani era un funzionario di alto livello di uno Stato,  e non uno qualunque. Ecco perché la sua morte obbliga l’Iran a reagire con forza.

Mentre gli Usa attendono ritorsioni, nessuno contesta che Soleimani fosse un nemico e nemmeno la sua diretta responsabilità nella recente campagna della milizia sciita contro gli interessi degli Stati Uniti, conclusasi con la morte di un contractor lo scorso 27 dicembre a Baghdad, scatenando l’escalation di eventi che ha portato alla morte del generale. Ciò che più fa discutere è quanto sia stato conveniente per Washington questa mossa strategica in un’aerea in cui l’instabilità è cronica. Secondo Robert O’Brien, consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa, l’Iran ha due opzioni: una è quella di continuare lo scontro con gli Usa, con ripercussioni sia per il popolo che per il governo iraniano; l’altra è sedersi a un tavolo per negoziare l’abbandono del programma nucleare e la sua guerra in Medio Oriente, comportandosi come un Paese civile.

Lo stesso Trump ha suggerito che l’attacco era uno strumento di negoziazione: “L’Iran non ha mai vinto una guerra, ma non hai mai perso una negoziazione”, ha twittato il Presidente. La sua amministrazione ribadisce che non cerca nessun conflitto e che l’azione è stata un esercizio di autodifesa per evitare un imminente attacco contro gli interessi americani: “Agiamo per fermare una guerra, non agiamo per iniziarne una”, ha dichiarato Trump lo scorso venerdì.

Trump aveva optato per il contenimento già in due occasioni. A giugno, dopo l’abbattimento di un drone di sorveglianza americano, il comandante in capo ha fermato all’ultimo minuto un’offensiva militare che considerava “sproporzionata”. Tre mesi dopo, non c’è stata nessuna reazione all’attacco missilistico alle due navi saudite. Ora, mentre da una parte sostiene che l’esecuzione di Soleimani si adatta alla strategia attuale e nega una svolta verso un conflitto, dall’altra Washington si prepara ad una tale contingenza.

In realtà Trump sembrerebbe aver scelto la strada del conflitto con l’Iran ancor prima di arrivare alla Casa Bianca, promettendo di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare firmato da Barack Obama nel 2015, che aveva tentato di congelare il programma nucleare iraniano in cambio della revoca delle sanzioni economiche. Nel 2018, Trump ha realizzato la sua promessa elettorale, ritirandosi ufficialmente dall’accordo e ripristinando le sanzioni, con la speranza di convincere l’Iran a ritornare alle fasi negoziali precedenti ed ottenere maggiori concessioni. Questa strategia ha avuto come risposta una serie di attacchi mirati agli interessi statunitensi, orchestrati dallo stesso Soleimani, in una regione in cui Trump insiste nel voler ignorare.

La sua campagna, finora senza successo, di massima pressione sull’Iran, combinata con la sua allergia al multilateralismo ed al suo comportamento impulsivo, gli ha fatto perdere sostegno nella regione. Questo si concentra in Arabia Saudita, al cui principe ereditario, il controverso Mohamed bin Salman, Trump ha mostrato un sostegno acritico, e nell’Israele di Benjamin Netanyahu, messo alle strette da problemi interni superiori perfino a quelli di Trump stesso.

Di Mario Savina

Mario Savina, analista geopolitico, si occupa di Nord Africa e Medio Oriente. Ha conseguito la laurea in Lingue e letterature straniere all’Università di Bologna, la laurea magistrale in Sviluppo e Cooperazione internazionale a La Sapienza, dove ha ottenuto anche un Master II in Geopolitica e Sicurezza globale. Su European Affairs scrive nella sezione Medio Oriente.

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