La depressione della politica israeliana

25 Novembre 2019
4 mins read
La crisi politica che Israele sta vivendo da ormai molti mesi non sembra destinata a finire, e la possibilità di vedere la nascita del 35imo governo della sua storia entro i risultati delle elezioni del 17 settembre è sempre meno concreta. Quest’ultime, le seconde in un anno dopo le precedenti del 9 aprile, erano culminate con un vantaggio irrisorio del partito di centro-sinistra Blu e Bianco sul Likud di Netanyahu, per 33 seggi a 32; ciononostante il presidente Rivlin, dopo le consultazioni per designare chi tra i due fosse più idoneo a formare una maggioranza, aveva affidato la prima mano al leader di Likud, ex-premier nonché abile politico.

L’incarico, affidato a Netanyahu per formare una maggioranza, si è tuttavia bloccato nuovamente, come nella scorsa primavera, per via del fallimento delle trattative con Lieberman, leader del partito secolarista di destra Yisrael Beiteinu; Avigdor Liberman è così diventato, per via dell’incapacità dei due partiti principali a formare una maggioranza che vada oltre i propri alleati minoritari, il vero play-maker della politica israeliana. Il motivo del dissidio fra Lieberman e Netanyahu riguarda l’incompatibilità del partito secolarista con la gamma di partiti minoritari a cui il Likud fa affidamento per assicurarsi una maggioranza, ovvero i partiti Shas e UTJ, entrambi a carattere fortemente religioso, e da cui ormai Lieberman si dice ben distante.
L’attrito fra i due partiti è però la conclusione di una relazione nata in principio come una vera e propria intesa; nel 2013 infatti, nell’anno delle elezioni legislative, i due partiti scesero in campo assieme dando vita alla coalizione ‘Likud Yisrael Beiteinu’, la quale prese 31 seggi alla Knesset permettendo così la formazione di un governo con Netanyahu premier e Lieberman ministro degli esteri. Due anni dopo, per via del deterioramento tra Netanyahu ed altri alleati di governo (tra cui Yair Lapid, ora vice di Blu e Bianco ma all’epoca ministro dell’economia), si tornò a elezioni, e per l’occasione i due partiti scelsero di concorrere autonomamente; dalle urne uscì vincitore Netanyahu il quale all’inizio assemblò la propria maggioranza con i partiti ortodossi e solo successivamente, a un anno dall’inizio della 34ima legislatura, strinse con Yisrael Beiteinu per rinsaldare la maggioranza nello Knesset, affidando a tal punto il ruolo di ministro della giustizia a Lieberman.
Ciononostante, per avversioni tra lui e Netanyahu e per forti contrasti tra il primo e i partiti ortodossi, l’esperienza di governo culminò con le sue dimissioni nel novembre 2018 e l’indizione di nuove elezioni il 9 aprile, che come detto anticipatamente non sono riuscite a sbloccare l’impasse. Malgrado le precedenti esperienze di governo assieme, il rapporto tra Netanyahu e Lieberman è ormai finito e nonostante l’ex-premier abbia cercato di trovare una nuova intesa, ogni suo tentativo di mediazione è stato vano, costringendolo così a deporre l’incarico affidatogli da Rivlin due giorni prima della fine del mandato stesso, il 22 ottobre, e forse a porre fine alla sua pluridecennale carriera politica per via delle accuse che lo riguardano e per cui si attende il giudizio.
Accertato il fallimento di Benjamin Netanyahu, il presidente Rivlin il giorno dopo ha poi affidato, come da prassi, il mandato al leader del partito Blu e Bianco, Benny Gantz. Così, al numero uno del neo-partito Blu e Bianco è stato affidato per la prima volta il mandato per formare il governo il giorno dopo la rinuncia del suo rivale, il 23 ottobre, in un clima astioso. Gantz in questi giorni si è avvicendato per trovare un compromesso e per, come detto più volte da lui stesso, formare un governo di unità nazionale; la sua strategia era ricomprendere Yisrael Beiteinu nell’esecutivo di larghe intese insieme a Likud, a patto che questo avesse scaricato il suo leader, cosa poi non avvenuta per il rapporto reverenziale che ha nei confronti di quest’ultimo.
Non solo; l’arco dei partiti con cui Gantz contava di formare una maggioranza ricomprendeva anche la Joint List, ovvero la coalizione partitica di tutte le liste a maggioranza araba a cui si rifanno i cittadini israeliani arabi; patto testimoniato dall’incontro positivo che hanno avuto assieme il 30 ottobre e da cui, una volta terminato, i leader Odeh e Tibi si sono detti soddisfatti per l’intesa trovata su argomenti di comune interesse “per tutti i cittadini israeliani” e “sulla cessazione dell’isterismo di Netanyahu”. Il blocco di Gantz contava quindi 57 seggi ricomprendendo quelli della Joint List (13), del Partito Laburista (6) e dell’Unione Democratica (5), ma non sono stati sufficienti per trovare la maggioranza, rappresentata da 61 seggi sui 120 totali della Knesset. La possibilità che nell’arco di governo venisse ricompresa la Joint List ha però destato scalpore in Israele, a partire dal rivale Netanyahu che si è detto scioccato fino allo stesso Lieberman, che ha sdegnato l’offerta accusando la Joint List di non rappresentare veramente la componente araba dei cittadini israeliani.
L’ufficialità è arrivata pochi giorni fa, mercoledì 20 novembre, quando Lieberman ormai play-maker di queste elezioni, ha detto in conferenza stampa che Israele è sulla strada per le terze elezioni in un anno; durante la conferenza ha poi accusato sia i due maggiori partiti, in quanto incapaci di avere a cuore la stabilità politica del paese, che i partiti ortodossi (UTJ e Shas) e la coalizione araba per essere anti-sionisti e rappresentare quindi un problema concreto per lo stato. A seguito delle dichiarazioni di Lieberman il leader di Blu e Bianco, Benny Gantz, si è presentato dal presidente Rivlin in serata per riconsegnare il mandato in quanto incapace a formare un’alleanza, segnando così uno storico, e infelice, primato. Per la prima volta dalla nascita dello Stato di Israele il presidente Rivlin, la mattina del 21 novembre, ha concesso un mandato di 21 giorni al parlamento, in cui ogni membro può votare chi ritiene più adatto a formare un governo e, se uno tra questi prenderà almeno 61 voti, diventerà primo ministro.
Nel caso in cui durante questo mandato di 21 giorni la Knesset non trovi una linea comune sul futuro premier, la stessa verrà sciolta in attesa di una data per future elezioni, sancendo così l’insuccesso politico della 22ima legislatura; queste elezioni verranno probabilmente indette per marzo 2020, le terze in un anno. E’ il più grande impasse della storia di Israele, a cui attende un futuro incerto per svariati motivi: il primo, certamente, è la possibile fine della vita politica di Netnyahu, il quale è accusato in tre diversi casi giudiziari; alla fine del capo di Likud segue invece l’inizio del partito Blu e Bianco, che in meno di un anno dalla sua fondazione, nel febbraio scorso, si è imposto il 17 settembre come partito di maggioranza. Se dovessimo avanzare un’ipotesi sul futuro che attende Israele sulla base degli eventi succedutisi da aprile scorso fino ad oggi, quest’ultima opportunità che è stata data al parlamento sembra che difficilmente verrà concretizzata in quanto, sebbene lo scenario politico sia bipolarizzato dal Likud e Blu e Bianco, entrambi non hanno le capacità di formare un’alleanza senza Ysrael Beiteinu di Avigdor Lieberman, ormai partito machiavellico, il quale non ha il minimo interesse a schierarsi con i loro rispettivi alleati: gli ‘haredi’ (ortodossi) dell’UTJ e dello Shas, e la coalizione araba della Joint List. Questo è il prezzo da pagare per la politica israeliana, che negli ultimi anni non è stata capace di riallacciare ampie fasce della società, e tantomeno è riuscita a fare i conti con lo zoccolo più duro della popolazione, il cui animo è fortemente ortodosso.

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