Brexit: nuovi scenari e nuovi ostacoli

25 Ottobre 2019
3 mins read

Dopo innumerevoli vicissitudini e rinvii, siamo ancora nella prima fase dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Negli ultimi giorni è apparso chiaro che non sarà possibile avviare il processo di uscita dall’UE entro il 31 ottobre, data d’uscita stabilita, dopo un altro precedente rinvio, dai negoziatori europei e britannici. I parlamentari britannici restano ancora molto divisi sui tempi e sulla forma che la Brexit debba assumere. Ciò che è certo è che la questione della Brexit occuperà il dibattito politico ancora per molto tempo.

Come risultato di settimane di trattative, il 17 ottobre è stato raggiunto un nuovo accordo tra i negoziatori europei e britannici, avente come base l’accordo raggiunto nel novembre del 2018, seppur con alcune modifiche. Dopo mesi di resistenze il governo di Boris Johnson ha accettato di fare importanti concessioni per venire incontro alle richieste dell’UE. Si tratta di compromessi che rappresentano “pietre angolari” del futuro rapporto tra Regno Unito ed UE, come ha affermato Michel Barnier, da poco confermato alla guida dei negoziatori europei.

Il primo grande cedimento da parte del Regno Unito riguarda il tema della concorrenza: durante il periodo di transizione di circa un anno e mezzo, il Regno Unito si impegna a non operar concorrenza sleale nei confronti dei paesi europei nei settori dell’energia sostenibile e dei diritti dei lavoratori. Si tratta del cosiddetto “level playing field”. In secondo luogo, l’Irlanda del Nord rimarrà nel territorio doganale britannico ma, al contempo, sarà allineata all’unione doganale europea. Il risultato è che vi saranno presumibilmente dei controlli nel mare irlandese e i dazi britannici saranno applicati a tutti i prodotti che «corrono il rischio di essere commerciati nell’UE», mentre per tutti gli altri prodotti verranno applicati i dazi europei. La terza concessione riguarda il Partito Unionista Democratico, il partito che rappresenta gli unionisti irlandesi e che sostiene il governo dei Conservatori britannici: questo non avrà più il diritto di respingere le condizioni dell’accordo per l’Irlanda del Nord. In compenso, il parlamento nordirlandese, dopo quattro anni dall’entrata in vigore dell’accordo, terrà un voto per testare la volontà del popolo.

Il 22 ottobre, per la prima volta, il Parlamento britannico ha votato a favore dell’accordo raggiunto dai negoziatori europei e britannici, salvo poi respingere la proposta del governo di esaminare ed approvare la totalità dell’accordo nei successivi due giorni. Si trattava dell’unica possibilità di uscire dall’UE entro i termini prestabiliti.

Il Premier britannico Johnson ha pertanto deciso che lunedì 28 ottobre presenterà una mozione per convocare le elezioni a dicembre. «Se vinco la maggioranza in questa elezione, implementerò l’accordo che ho negoziato, finalizzando la Brexit entro gennaio e portando il paese avanti” ha dichiarato Johnson.

Il nuovo accordo, definito “Grandioso” dal Primo ministro britannico Boris Johnson, prevede un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020, durante il quale il governo britannico e la Commissione europea dovranno negoziare le relazioni future, specie nelle materie del commercio e della sicurezza. Per tale ragione piuttosto che parlare di periodo di transizione si dovrebbe utilizzare più propriamente l’espressione “periodo di negoziazione”. In questo periodo il Regno Unito rimarrà membro dell’UE ma non parteciperà alle riunioni degli organi decisionali. Al centro delle negoziazioni vi saranno temi complessi e delicati, come il sistema dei dazi e il nuovo rapporto di concorrenza fra aziende. Si tratta di temi molto più delicati rispetto a quello dei termini della separazione, che ha caratterizzato i negoziati dell’ultimo biennio. Michel Barnier ha ipotizzato che per tali negoziazioni occorrano almeno 3 anni, salvo nuovi rinvii che potrebbero sopraggiungere anche nel periodo di transizione-negoziazione. Probabilmente, il Regno Unito dovrà richiedere un’estensione di tale periodo, ma potrà farlo solo entro il 1° luglio 2020, il che presuppone che si inizi a discuterne in aula già dai primi mesi del 2020, considerando le settimane di sospensione dei lavori parlamentari nel Regno Unito. Ciò delinea il seguente quadro: alla fine della discussione sui termini dell’uscita dall’UE, subentrerà quella relativa all’estensione del periodo di transizione-negoziazione e solo successivamente si avrà la possibilità di discutere in concreto della futura relazione fra Regno Unito ed Unione europea. Il tutto sarà ulteriormente aggravato dal fatto che i 39 miliardi di euro che il Regno Unito verserà all’UE al fine di rispettare tutti gli impegni assunti fino al 2018 sono stati calcolati fino al 31 dicembre 2020, la fine dell’eventuale periodo di transizione. In caso di estensione sarà dunque necessario anche negoziare sul versamento di ulteriori somme. Proprio in questi giorni l’Unione sta discutendo sul bilancio 2021-2027, non considerando però il Regno Unito.

Nella migliore delle ipotesi e forse anche la più improbabile, se anche il Regno Unito dovesse avviare formalmente l’uscita dall’UE entro il 31 ottobre, occorreranno diversi anni per l’entrata in vigore dei dazi e per l’adattamento alla nuova realtà da parte delle aziende e dei cittadini britannici. Nel frattempo, la Brexit comincerà a produrre le prime conseguenze pratiche come la restrizione alla libertà di movimento tra Regno Unito ed UE, l’instabilità economica e così via. Tutto questo continuerà a condizionare il dibattito e le varie negoziazioni.

Dal canto loro gli eurodeputati in seduta plenaria a Strasburgo hanno approvato una modifica del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) per includere il sostegno ai lavoratori colpiti da una Brexit senza accordo. Inoltre, la Conferenza dei Presidenti del Parlamento europeo ha dichiarato di supportare un’estensione al 31 gennaio 2020 per l’avvio del processo di uscita del Regno Unito dall’UE.

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