Repubblica della Macedonia del Nord: la fine della disputa con la Grecia

1 Febbraio 2019
3 mins read

È arrivata l’approvazione del Parlamento greco all’accordo di Prespa, raggiunto lo scorso giugno tra il Primo Ministro greco, Alexis Tsipras ed il Primo Ministro macedone, Zoran Zaev, per dare un nuovo nome alla Macedonia. “Repubblica della Macedonia del Nord” è il nuovo nome ufficiale dello Stato balcanico.

A metà gennaio, il Parlamento macedone aveva già approvato l’accordo in questione, ma per essere ufficialmente valido necessitava dell’approvazione anche del Parlamento greco. Qui il voto era previsto per la notte del 24 gennaio, dopo il dibattito parlamentare, ma al fine di dar parola a tutti i deputati che avevano fatto richiesta di esprimere la propria opinione in seno alla Camera, il voto è stato posticipato al giorno successivo. L’accordo è stato approvato con 153 voti contro 146. Nonostante le resistenze condotte dalle società civili, l’accordo è andato dunque a buon fine in entrambi i Paesi.

Termina così la disputa culturale pluridecennale tra i due Stati, che fino ad ora ha ostacolato l’ingresso della Macedonia nell’Unione Europea e nella NATO. Le origini della controversia risalgono al 1991, quando la Macedonia proclamò la sua indipendenza dalla Jugoslavia, denominandosi “Repubblica di Macedonia”. Alcuni cittadini e politici greci contestarono la legittimità del nome ed accusarono il Paese di essersi appropriato oltre che di un nome, di un’identità storico-culturale appartenenti ad una regione greca, la regione della Macedonia, mediante l’adozione, considerata illegittima, di figure e simboli antichi. Ciò è sempre stato percepito dalla Grecia come una minaccia, oltre che una scorrettezza, pertanto ha sempre posto il proprio veto all’ingresso della Macedonia nell’UE e nella NATO, giustificando la propria posizione affermando che prima bisognava risolvere la questione del nome e dell’eredità culturale. Onde evitare problemi, le Nazioni Unite nel 1993 accettarono l’ingresso della Macedonia a patto che il suo nome ufficiale fosse FYROM, “Former Yugoslav Republic of Macedonia”. Nel 1995 il contenzioso tra Grecia e Macedonia giunse alla Corte internazionale di giustizia de L’Aja: nel 2011 la Corte diede ragione alla Macedonia, che pertanto continuò a chiamarsi con il nome scelto nel 1991 e la Grecia ha continuato ad opporsi, portando avanti la querelle diplomatica. Lo scorso giugno si sono registrati segnali positivi per la soluzione della disputa con la firma dell’Accordo di Prespa tra i due primi ministri, dopo il voto favorevole del Parlamento ellenico. L’intesa prevede il cambio del nome della Macedonia in cambio della fine dell’opposizione greca al suo ingresso nell’UE e nella NATO. In Macedonia, a settembre, si è anche svolto un referendum che chiedeva ai cittadini di esprimersi sul cambio del nome del Paese e sul suo avvicinamento all’area euro-atlantica, referendum che tuttavia non ha raggiunto il quorum del 50% richiesto; “Sei favorevole a entrare nella NATO e nella Unione Europea, e accetti l’accordo tra Repubblica di Macedonia e Grecia?” questo il quesito posto al corpo elettorale dal referendum.

Durante la giornata di giovedì, Alexis Tsipras, parlando al Parlamento greco, ha riconosciuto di essere “ad un passo da un evento storico”.

Non sono tardate ad arrivare le critiche provenienti da Nea Dimokratia, il principale partito greco di centrodestra, che ha definito l’accordo “una sconfitta nazionale”, aggiungendo che la ratifica non implica l’automatico processo di adesione della Repubblica della Macedonia del Nord all’UE, lasciando intendere che qualora si trovasse al governo bloccherebbe le procedure tecniche. Critiche anche dal Partito dei Greci indipendenti (ANEL), il cui leader, nonché ex ministro della difesa, Panos Kammenos, ha accusato Tsipras di voler spaccare in due il partito. Lo stesso Kammenos, due settimane fa si è dimesso proprio in protesta contro l’accordo di Prespa, privando la coalizione di centro sinistra al governo del sostegno del suo partito ed innescando una piccola crisi istituzionale, risolta dopo che Tsipras ha vinto per un soffio il voto di fiducia sul suo governo alla Camera, ottenendo 151 voti su 300 deputati. Tale risultato, sulla carta, gli consentirà di tenere in piedi il Governo sino alla scadenza naturale del prossimo ottobre.

L’approvazione dell’accordo è stata preceduta altresì da una serie di proteste in piazza contro il via libera all’intesa. Almeno 60 mila cittadini si sono riversati nella capitale per manifestare contro l’accordo ed una decina di persone sono rimaste ferite durante alcuni scontri con la polizia di Atene. Il Primo Ministro ha accusato l’estrema destra del partito Alba Dorata di essere responsabile degli episodi violenti.

È importante sottolineare che anche dopo il voto favorevole del Parlamento greco, il percorso di integrazione nella NATO e nell’UE è ancora agli inizi. La soluzione della disputa con la Grecia era una condicio sine qua non per avviare tale processo, ora i macedoni devono avviare i negoziati con le controparti e l’impianto legislativo della Repubblica della Macedonia del Nord deve essere notevolmente revisionato. Ciò potrebbe comportare dei rallentamenti nell’adesione all’UE, a differenza della NATO, in particolare per quanto concerne la revisione delle disposizioni relative alla lotta alla corruzione ed alle tematiche ambientali. La revisione costituzionale si pone certamente come un potenziale fattore positivo per il Paese.

L’avvio dei negoziati con l’UE, presumibilmente, avrà luogo nel prossimo giugno, insieme all’Albania ed il processo appare molto complesso non soltanto in ragione delle criticità interne della Repubblica della Macedonia del Nord, ma anche a causa della volontà espressa dal Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, di non procedere ad alcun allargamento dell’Unione sino al 2025.

Nel frattempo, con riguardo alle ripercussioni interne, il premier macedone Zoran Zaev ed il suo partito di Governo, i socialdemocratici della SDMS, sembrano intenzionati ad indire elezioni anticipate. Il loro obiettivo è quello di capitalizzare il successo ottenuto con il via libera all’accordo di Prespa e di strutturare una più forte maggioranza in seno al Parlamento.

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