Trump, The Donald

5 Ottobre 2018
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Donald Trump è uomo con indubbie qualità. Ha dimostrato di essere un imprenditore furbo e capace di fare soldi, ha condotto con successo un programma televisivo ed ha sedotto, da outsider, milioni di americani con un gradimento che, nonostante feroci attacchi di stampa e oppositori, sembra essere costantemente in ascesa.

Purtroppo, è difficile riconoscergli anche la caratteristica di essere uomo di buona cultura. Non ho dati precisi su quali siano i suoi risultati scolastici ma, a qualunque livello si sia posizionato, è difficile immaginarlo come un solerte studioso. Poco importa, se è vero che molti uomini dimostratisi in seguito dei veri geni siano stati studenti svogliati o magari soltanto autodidatti. Per chi ricopre incarichi pubblici di quella rilevanza non sarebbe però male avere un po’ di cognizioni, almeno in merito alla storia mondiale. Se poi ci si trova a essere il Presidente del più potente Stato del mondo, sarebbe probabilmente utile anche avere qualche cognizione di politica internazionale. O di politica tout-court. Se Trump conoscesse la storia del suo Paese dell’ultimo secolo probabilmente eviterebbe alcuni dei passi falsi che sta compiendo. In quanto imprenditore arrivato a incarico politico in età avanzata, gli è certo culturalmente difficile interiorizzare il concetto che dirigere un’azienda e governare un Paese siano cose molto diverse.  Nel primo caso si ha a che fare con concorrenti, clienti, fornitori e dipendenti e con loro è sufficiente avere una buona posizione contrattuale di partenza e una marcata capacità di negoziazione. I concorrenti sono sempre e comunque avversari e, salvo che non si crei un “cartello” (cosa per altro vietata dalle leggi nelle economie di mercato), tali restano. I dipendenti di una qualunque impresa potrebbero anche costituire solo un piccolo problema perché, nel peggiore dei casi, li si può licenziare. Per quanto riguarda i clienti, l’obiettivo di un’azienda è conquistare nuove quote o mantenere quelle acquisite e per far ciò è indispensabile una buona gestione del marketing.

Ben diversa è la realtà del governo di uno Stato. In questo caso, perfino nelle dittature, non si è mai il solo “padrone”. In politica non esistono dipendenti o ricattabili fornitori e ogni attore è contemporaneamente nemico, concorrente o potenziale alleato. Ciò vale sia per la politica internazionale sia per quella interna.  Perfino i compagni di partito sono spesso l’uno e l’altro e l’altro ancora, figuriamoci gli oppositori.

Date queste differenze, è evidente che anche l’approccio dovrebbe essere diverso. Soprattutto in un Paese democratico come gli Stati Uniti, non è sufficiente nemmeno il consenso popolare, mutevole per definizione, per essere certi di governare fino a realizzare gli obiettivi promessi durante la campagna elettorale, fossero essi stati annunciati in buona o cattiva fede.  Se Trump conoscesse la storia americana del secolo scorso ricorderebbe, tra le tante cose che gli sarebbero utili, cosa successe al predecessore Woodrow Wilson. Costui, nonostante uscisse vittorioso da una guerra mondale che portò agli USA una posizione di supremazia tra le nazioni e riuscisse a convincere la maggior parte degli altri Stati a dar vita alla Società delle Nazioni, fu sconfessato dai suoi stessi parlamentari.  Fu, infatti, un paradosso che lui, capace di convincere amici e nemici all’estero, fosse poi messo in minoranza proprio da chi gli era più vicino. La societè delle Nazioni fu costituita ma gli Stati Uniti non aderirono.  Ciò che Trump sembra ogni tanto dimenticare è che nel suo Paese esiste un sistema vero di “balance of power”, metodo che, come ben lasciò scritto Popper, resta il sistema politico migliore per garantire la libertà dei cittadini in un sistema democratico.

Visto i freni che già molte volte la magistratura e il Congresso gli hanno imposto, l’ex magnate dovrebbe già essersene accorto ma pensare di poter continuare a comandare solo licenziando ogni tanto un nuovo ministro non lo porterà molto lontano.

All’estero qualcuno lo critica per il suo slogan “America first” ma non sta lì il problema: una certa dose di nazionalismo è quello che ogni cittadino si aspetta dai propri governanti. La difficoltà sta nel come realizzare l’obiettivo. Se tra le sue letture ci fosse stato il libro “L’arte della guerra” del leggendario generale cinese Sun Tzu, avrebbe compreso che una delle condizioni per la battaglia vittoriosa è quella di affrontare i nemici uno per volta e mai tutti insieme. Se gli fosse capitato in mano un libro di Max Weber sulle caratteristiche di un “comandante”, avrebbe letto che troppe contraddizioni e il frequente e ravvicinato alternarsi di “ bastone e carota” toglie credibilità e autorevolezza a ogni aspirante leader.

Se quelle letture gli fossero risultate troppo complicate, avrebbe forse potuto limitarsi a un piccolo manuale che negli USA avrebbe trovato perfino nella più piccola libreria: “Il venditore meraviglioso”. Gli sarebbe allora stato chiaro che prima di affrontare un qualunque potenziale interlocutore occorrerebbe cercare di conoscerlo dall’interno, saperne gli obiettivi, valutarne le esigenze. In altre parole: non sparare alla cieca.

Purtroppo, il buon Donald  non ha certamente avuto nella sua vita di imprenditore il tempo per dedicarsi a “frivole” letture e trarne conseguenti riflessioni. Diventato Presidente, ha quindi deciso di dichiarare contemporaneamente guerra a tutti coloro che gli sono sembrati, forse comprensibilmente, troppo aggressivi verso l’economia del suo Paese. Confidando nel potere economico e militare che gli USA possono mettere sul tavolo, si è messo a lanciare insulti a chicchessia, alleati o competitor poco importa, a volte alternandoli a blandizie. Ha lanciato un bluff dopo l‘altro ed ha promesso, con eguale enfasi, minacce e premi.

Sul breve termine, proprio il peso militare ed economico degli Stati Uniti ha obbligato qualche Stato a chinare la testa (o fingere di farlo in attesa di tempi migliori) e fare buon viso a cattiva sorte. Poiché, però, nel mondo “ nisciuno è fesso”, riesce facile immaginare che tutti quelli che oggi accettano le umiliazioni si lanceranno, appena possibile, a cercare tutte le alternative praticabili per evitare di trovarsi ancora nella stessa situazione in futuro. Esistono, però, anche quelli che la testa non la chineranno e particolarmente con loro gli è mancato proprio l’approccio umile del buon “venditore” che cerca di conoscere in anticipo quale sia la “linea rossa” del suo interlocutore.  Esempi di entrambe queste situazioni sono facilmente identificabili nei suoi rapporti con l’Europa, con l’Iran e perfino con la Corea del Nord. Ha un bel dire ora che tra lui e Kim è nato l’”amore”: per intanto si tratta solo di parole e staremo a vedere come finirà.  Nel frattempo, aumentano gli Stati che ridurranno al minimo l’impiego del dollaro nelle loro transazioni bilaterali e la Cina sta raccogliendo attorno a sé (anche grazie ai suoi interessati – e spesso benvenuti- investimenti) crescenti consensi tra Paesi gia’ alleati degli USA.

I presidenti americani degli ultimi cinquant’anni non sono sempre stati saggi o scevri da errori e anch’essi si sono fatti forti della potenza del proprio Paese per dettare le loro condizioni. Tuttavia, hanno sempre cercato di accompagnare la propria indiscussa dominanza con un soft power che addolcisse il proprio comandare. Certo, hanno anche accettato dei compromessi non sempre a loro del tutto favorevoli ma, anche grazie a quei compromessi, l’egemonia americana sul mondo restava garantita.

Forse i tempi sono cambiati e ha ragione Donald a comportarsi da sbruffone prepotente e dire ad alta voce che perfino l’Europa è un nemico. Lo pensavano, probabilmente, anche i sui predecessori (e infatti hanno sempre fatto di tutto per impedire una sua vera unificazione) ma non l’hanno mai detto pubblicamente e sostenevano a gran voce il contrario.

Staremo a vedere nell’immediato futuro chi sarà stato il più saggio.

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