Lo scandalo degli abusi sessuali del clero all’interno del nuovo asse geopolitico di Francesco

6 Agosto 2018
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Papa Francesco, propugnando un risorto universalismo vaticano e mettendo in atto una politica terzomondista, è riuscito a risollevare la popolarità di una Chiesa lasciata zoppicante e scioccata dalle dimissioni del Papa (emerito) Benedetto XVI.

Eppure, il suo universalismo globalista votato all’accoglienza e alla povertà ha subìto un contraccolpo importante di fronte allo scandalo degli abusi sessuali da parte del clero, capace di coinvolgere molte diocesi del globo, e rispetto al quale la Chiesa ha fatto ben poco, (nonostante l’adozione della linea di “tolleranza 0”, introdotta da Benedetto XVI e portata avanti da Francesco), limitandosi ad azioni difensive, senza mai riuscire a prevenire il fenomeno.

Infatti, a fronte della ritrovata popolarità, la Chiesa sta perdendo alcune sfide fondamentali in luoghi cardine dai quali sarebbe dovuta partire la rivoluzione Bergogliana, dove ai problemi politici ed evangelici, si sono susseguiti diversi scandali, rispetto ai quali l’opinione pubblica non concede più margini di tolleranza.

Non si può non partire dall’America Latina, che da principale frontiera del Pontificato sta diventando lo spettro delle sue difficoltà, con il cattolicesimo brasiliano sormontato dalle Chiese evangeliche (fenomeno precedente a Francesco, ma non risolto), con il totale fallimento della mediazione in Venezuela e (parziale) a Cuba, con il mistero della mancata visita in madrepatria (al fine, probabile, di non esacerbare la spaccatura tra i Peronisti cattolici e gli anti-peronisti laici e liberali, questi ultimi rappresentati dal Presidente Macri), ma soprattutto con lo scandalo cileno.

E’ lì, nell’estremo sud-ovest del continente Americano, che il Papa per troppo tempo ha taciuto e negato le denunce, ma che finalmente si è ricreduto dopo aver letto il (secretato) Rapporto di indagineredatto da Monsignor Scialuna. Da giugno è dunque iniziata l’azione di epurazione dei discepoli del prete pedofilo Fernando Karadima (che finora conta sole cinque dimissioni accettate), a partire da Mons. Juan Barros (rimosso l’11 giugno scorso), preceduta da una lettera di scuse inviata da Francesco alle vittime e al popolo cileno (che non gli aveva risparmiato critiche feroci durante la visita a Santiago del Cile del 17 gennaio 2018, con chiese bruciate ed anche un lancio di giornale che lo aveva colpito alla testa). Tuttavia lo scandalo sembra estendersi ad altri membri della curia cilena, al cardinale Ezzati (che sarà chiamato di fronte alle autorità civili il prossimo 21 agosto) e al cardinale Errazuriz, già arcivescovo di Santiago, in pensione, anche se è ancora uno dei membri scelti dal Papa per il Consiglio dei Cardinali (C9), l’organismo voluto da Francesco per ridisegnare la riforma della curia. A testimonianza dell’azione puramente difensiva della Chiesa, nelle ultime ore la Conferenza episcopale cilena, riunitasi ad inizio agosto, ha pubblicato un documento in cui si parla di “errori” e “omissioni” nella gestione dei casi di pedofilia, annunciando futuri impegni e decisioni in tal senso.

Cambia il continente, ma i casi sono simili anche nella Regione Oceanica. L’arcivescovo di Adelaide Philip Wilson è stato recentemente condannato per aver tenuto segreti gli abusi sessuali su minori compiuti dal sacerdote James Fletcher già negli anni ’70, mentre sotto processo è un altro membro del C9, George Pell, ex arcivescovo di Melbourne e uomo chiave del Papa (che lo ha nominato anche Prefetto della Segreteria per l’Economia), tornato in Australiaper rispondere all’accusa di pedofilia (la sentenza è attesa entro fine 2018). Proprio in Australia dove il conflitto tra autorità civili ed ecclesiastiche si sta esacerbando, a seguito della decisione presa dallo Stato federato del South Australiache, appoggiato anche dalla Capitale Camberra,ha abolito la segretezza del confessionale in caso di confessioni relative ad abuso sui minori, seguendo una delle raccomandazioni della Royal Commission sulla pedofilia.

Eppure all’interno del C9 c’è una figura positiva che, al momento, spicca sulle altre: è quella del Cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston, chiamato nei primi anni 2000 a ricostruire la chiesa della città dopo il terremoto che l’aveva distrutta, nonché attuale Presidente della Commissione Pontificia per la tutela deiminori (voluta da Francesco). O’Malley è spesso intervenuto per bacchettare il Papa, sia nella gestione del caso cileno, che in quella di questi giorni legata al cardinale di Washington, McCarrick, accusato di aver abusato di un minore quando era parroco di New York. Il caso non fa altro che peggiorare i rapporti tra il papato e la Chiesa americana, che non vede certo di buon occhio Francesco sia dal punto di vista geopolitico (per la sua accondiscendenza verso Cina e Russia, in totale contrapposizione rispetto ai suoi predecessori), sia dal punto dottrinale (si veda la reticenza all’Amoris Laetitia Bergogliana).

Affermare che il fenomeno degli abusi sessuali incida sulla geopolitica e sulla politica estera della Santa Sede sarebbe eccessivo. Eppure l’asse geopolitico si sta progressivamente spostando verso sud-est, dove i casi di abuso (acclarati) sono sicuramente di numero inferiore, ma soprattutto dove esistono i due più grandi mercati di anime del terzo millennio, ovvero l’Africa(nel solco di Giovanni Paolo II) e la Cina. Due bacini demografici dai quali il Papa sembra voler attingere e sui quali voler scommettere (basti pensare che i cattolici in Africa crescono del doppio rispetto alla popolazione), quasi venendo meno al principio evangelico del “lasciate che vengano a me”, ma cercando di andare verso di loro. A testimonianza di ciò, il riavvicinamento tra il Vaticano e Pechinosta lentamente prendendo forma attraverso una serie di incontri bilaterali volti a risolvere l’annosa questione relativa alla nomina dei vescovi cattolici in territorio cinese, sui quali, in virtù del potere sociale (oltre che religioso) che incarnano, il Presidente Xi Jinping vuole mantenere un certo livello di controllo. Secondo quanto si vocifera, si potrebbe giungere ad un compromesso per cui la Santa Sede permetterà e riconoscerà la nomina dei vescovi indicati dal Governo cinese, ma in cambio il Papa avrà la possibilità di nominare i vescovi ausiliari senza alcuna interferenza esterna. La Santa Sede in tal modo riuscirebbe nell’intento di cancellare l’esistenza delle due Chiese cattoliche cinesi, quella di nomina statale e quella sotterranea (di designazione pontificia). Un accordo dalla portata storica, che ovviamente irrita gli Stati Uniti per le concessioni lasciate al regime comunista, ma che è visto con attenzione da Taiwan, che fu causa della rottura definitiva tra la Cina e il Vaticano nel lontano 1951, a seguito del riconoscimento dell’entità statuale del gruppo di isole (Repubblica di Cina/Taiwan) da parte di quest’ultimo.

Si tratta di una sfida enorme, molto più grande di quella in corso con gli apparati del Vaticano che frenano le sue riforme, molto più difficile di quella da continuare (magari seguendo il modello australiano) contro gli abusi sessuali, una sfida che non si esaurirà con Lui, ma che Francesco lanciato con il suo progetto politico/economico mondialista e con la sua nuova geografia pastorale, in nome di una Chiesa Universale.

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