LA CRISI DEL GOLFO E LE NUOVE DINAMICHE MEDIORIENTALI

18 Ottobre 2017
3 mins read

I tradizionali (quanto precari) equilibri geopolitici ed economici esistenti nell’aera del Golfo persico, messi in discussione dalla crisi politica apertasi lo scorso giugno tra Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Barhein ed Egitto, continuano a produrre tensioni ed instabilità in tutto il Mashrek, dove le ripercussioni della questione qatariota hanno investito non solo nella Penisola arabica ed i principali teatri di crisi mediorientali, ma anche diverse regioni dell’Africa orientale, dove qatarini e sauditi si confrontano da tempo sostenendo processi di penetrazione a livello economico-militare.

È proprio il Corno d’Africa, terreno di competizione geopolitica fra i Paesi del Gulf Cooperation Council (GCC), ad aver subito importanti stravolgimenti a seguito della rottura, decisa da Gibuti e Somaliland, delle relazioni diplomatiche con Doha cui hanno fatto seguito il ritiro dal Paese del contingente qatariota, inviato al confine tra Eritrea e Gibuti per monitorare il cessate il fuoco, e l’espansione di Riad e Abu-Dhabi con l’apertura di nuove basi militari estere in Gibuti, e nelle località di Assab (Eritrea) e Berbera (Somaliland). A differenza di Djibouti e Hargheisa, Somalia, Sudan ed Eritrea hanno deciso, nonostante le pressioni saudite, di mantenere rapporti politico-commerciali con il Qatar, correndo il rischio di perdere i decisivi aiuti di Riad e Abu-Bhabi, mentre l’Egitto di Al-Sisi, alleato del Regno saudita, ha abilmente sfruttato la crisi in corso tra le monarchie del Golfo per operare l’ennesima stretta autoritaria interna adottando nuove misure che (prescindendo dall’esistenza di simpatie o legami con Doha) obbligano al silenzio l’intero spettro dell’opposizione.

La conflittualità politica nel Golfo ha influito inevitabilmente anche sul contesto mediorientale, soprattutto in Siria, dove la crisi del GCC ha ridotto gli spazi dell’azione di contrasto al regime di Al-Assad (sponsorizzata da Arabia Saudita, Qatar e Turchia), ma anche in Yemen, da cui Doha ha dovuto ritirare circa 1000 soldati impiegati da oltre due anni nella coalizione anti-sciita a guida saudita-emiratina, e nella striscia di Gaza che ha visto in questi ultimi mesi un sempre maggior interventismo degli Emirati Arabi impegnati a colmare il vuoto finanziario lasciato dal Qatar.

Le dure sanzioni economiche imposte dal c.d. “quartetto” al Qatar, danneggiando settori strategici come quello bancario, commerciale e turistico, hanno infatti costretto la monarchia di Al-Thani ad utilizzate il 23% del Pil per sostenere la propria economia interna, riducendo, contestualmente, la partecipazione di Doha a importanti dossier.

Il rimescolamento degli equilibri regionali intervenuto con il boicottaggio di Arabia, Emirati e Bahrein ed esacerbato dalla rigidità dimostrata dai sauditi nella gestione della crisi, ha però contribuito anche a velocizzare la costituzione di un allineamento geopolitico tra Qatar, Iran, Turchia e Russia potenzialmente sfavorevole agli obiettivi egemonici di Riad nella regione. Doha, a fronte di una restrizione degli spazi di manovra imposta dall’Arabia Saudita con l’assedio politico-commerciale e la conseguente chiusura di canali vitali per la vita socio-economica del Paese, ha infatti avviato un processo di compensazione imperniato sulla progressiva diversificazione delle attività di public diplomacy e sul consolidamento di nuove alleanze (come quella con Erdogan e Rouhani, il cui supporto alla monarchia qatarina con aiuti militari ed umanitari è stato finora essenziale per Al Thani). Il Qatar è infatti riuscito a stringere velocemente legami politici ed economici forti e variegati con Paesi vicini e lontani, compensando così i costi legati all’assedio e rafforzando il Paese sul piano diplomatico. Risalgono proprio al settembre scorso gli incontri ufficiali dell’Emiro del Qatar Al-Thani con il Presidente turco Ergogan, la cancelliera Merkel e Emmanuel Macron, con cui il leader qatarino ha raccolto ampi consensi sulla necessità di risolvere diplomaticamente la disputa con i sauditi.

Una saldatura tra le necessità dell’Emirato e gli obiettivi di Ankara, Teheran e Nuova Delhi, e quindi l’ingresso di nuovi attori nella gestione della disputa, potrebbe disegnare un quadro inedito in cui l’ascendente di Riad rischia di diminuire favorendo l’espansione dell’influenza di altre potenze nel contesto del Golfo e l’emergere di dinamiche fuori dal controllo diretto degli Al-Saud.

A confermare una simile possibilità è intervenuto anche il crescente disimpegno in Medio Oriente di potenze globali come gli Usa che potrebbe avvantaggiare tanto il Regno saudita, libero di colmare il vuoto lasciato da Washington e di imporsi come punto di riferimento esclusivo nella regione, quanto le ambizioni di altri attori in grado di competere su più livelli che potrebbero invece contribuire alla creazione di un nuovo ordine regionale (sgradito ai sauditi) caratterizzato da un multilateralismo ed una competitività più marcati rispetto al passato.

Una simile congiuntura potrebbe condurre l’Arabia ad assumere un atteggiamento meno assertivo e inflessibile, attraverso il riordino delle proprie priorità e l’apertura di alcuni spazi di negoziazione, con il duplice obiettivo di rendere più incisiva la propria azione nel contesto mediorientale e contrastare l’emergere di nuovi protagonisti potenzialmente rivali degli Al-Saud e delle loro aspirazioni egemoniche. Oppure, se si considera l’intransigenza dimostrata dalla leadership saudita dall’inizio della crisi nel giugno 2017, Riad potrebbe reagire a questo riposizionamento degli attori locali, regionali ed internazionali adottando una strategia di logoramento progressivo e di minacce tese a debilitare ulteriormente lo Stato qatarino e a scoraggiare tutti quei Paesi finora allineati a Riad dal tentativo di smarcarsi dalla linea dettata dagli Al-Saud.

In questo clima ancora permeato da tensioni e accuse che non sembra favorire una rapida ricomposizione della frattura tra Arabia Saudita e Qatar, l’atteggiamento di quest’ultimo appare comunque più ragionevole, coerente e disponibile rispetto a quello dimostrato dai quattro Stati assedianti che con le loro richieste irrealistiche non stanno certo facilitando la soluzione della disputa, ma sicuramente perdendo credibilità e sostegno a livello internazionale.

di Marta Panaiotti

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