Uno sguardo Internazionale in Festival

3 Ottobre 2017
6 mins read

La città emiliana ha ospitato l’XI edizione del festival dell’Internazionale, il settimanale che raccoglie testimonianze ed articoli di giornalisti da tutto il mondo. Dal 29 settembre al 1 ottobre quest’anno sono stati invitati ben 250 ospiti provenienti da 40 paesi e 4 continenti. All’insegna della “prospettiva”, per combattere i moti xenofobi ed i populismi che nell’ultimo periodo hanno attaccato gli scenari politici e sociali; gli incontri organizzati avevano l’obiettivo di informare innanzittuto e coinvolgere anche coloro che per pura curiosità si erano avvicinati ad ascoltare, dai più ai meno giovani. La città era gremita di persone così come di incontri e proiezioni, che spesso era difficile scegliere a quale partecipare. Andiamo ora a scoprire gli incontri concernenti la questione del Medio Oriente e gli eventi rivoluzionari più vicini ma anche quelli più lontani, dalla Brexit ai flussi migratori.

Per iniziare.. Can Dündar, scrittore arrestato nel novembre del 2015, sotto il regime di Erdogan, per aver pubblicato delle documentazioni circa l’invio di armi segrete da parte dell’intelligence turca ai combattenti siriani, vive oggi esiliato in Germania e ha vinto il premio della stampa internazionale per la libertà. Il cinema Apollo di Ferrara lo ha ospitato per testimoniare la sua esemplare esperienza; ai populismi che stanno prendendo piede in più parti del mondo, Dündar risponde che si deve combattere uniti, resistendo alla minaccia. Descrive poi Erdogan come un abile prestigiatore di personalità: può essere il miglior nemico così come il miglior amico e denunciando gli errori che ha commesso, sostiene che la Turchia risentirà, e già ne risente, delle conseguenze.

Nel primo pomeriggio Timothy George Kelly, giovane regista australiano che ha voluto intraprendere una nuovo progetto con il popolo inglese: ha prodotto un documentario fatto da 49 interviste in cui gli stessi inglesi spiegavano il loro voto del referendum del giugno scorso circa il futuro dell’Inghilterra all’interno o all’esterno dell’UE. In 92’ si spazia da persone con idee chiare e realmente convinte di ciò che pensano a persone, di ceti sociali minori, che giustificano il loro voto con pensieri che sfiorano il ridicolo, spesso a causa della loro ignoranza. L’ignoranza è proprio il fattore che denota la sottovalutazione di un voto che avrebbe invece modificato radicalmente la storia del loro paese; accanto ad essa si affianca la confusione che alcuni interventi dimostrano circa il significato di UE e cosa davvero significhi essere europei o meno. Il documentario mostra poi come l’origine della famiglia influenzi profondamente il pensiero di una persona, dal contadino la cui unica preoccupazione è di allevare le pecore e che dunque non è afflitto minimamente da una questione del genere, alla ragazza con i genitori immigrati per cui l’UE è stato invece un aspetto fondamentale della loro integrazione. Interessante in questo documentario anche le scelte del regista per quanto riguarda l’inquadratura e l’uso del bianco e nero.

Ci spostiamo poi in “Altre Afriche, racconti di paesi sempre più vicini” un libro di Andrea de Georgio con Hassane Boukar con la prefazione di Lucio Caracciolo; il cortile di Palazzo Crema ha ospitato un’interessante dibattito circa la situazione attuale del Sud Africa, in particolare il Niger, che è sempre più vicina all’Occidente per molteplici fattori. Innanzitutto i flussi migratori stanno mettendo sempre più in contatto la nostra cultura con la cultura africana; l’atteggiamento di alcuni paesi, la Francia in primis, che perseverano una pressione inadeguata nei confronti di questi popoli: l’uso del franco CFA ne è una chiara dimostrazione. Lo scrittore nigerino ha testimoniato come al giorno d’oggi queste questioni vadano spesso ad oscurare la vera realtà delle società, dove le decisioni delle istituzioni nascondono le necessità primarie dei popoli, che sono ancora tutto tranne che liberi.

L’Unione Europea è la protagonista del dibattito di Romano Prodi e Ilvo Diamanti. Prodi esordisce, commentando con gran naturalità i risultati delle elezioni tedesche, ammettendo che non poteva che aspettarsi la vittoria della cancelliera, alla quale riconosce il merito di aver messo in pratica un programma progressista che ha accompagnato lo sviluppo del paese, ed è stato uno tra i motivi che le ha permesso di essere rieletta. Alla questione Unione Europea, Diamanti risponde citando non tanto l’allargamento quanto la mala gestione all’interno della società internazionale che continua a causare incomprensioni e sollevamento di questioni che anzichè risolvere, bisognerebbe evitare che sorgano. A ciò connesso è senza dubbio la crisi della democrazia rappresentativa che sta attraversando praticamente ogni angolo del mondo; i due ospiti riflettono sul problema del delegare al “solo” il potere, a volte persino incostituzionalmente come nel caso di Polonia ed Ungheria, non rispecchiando quindi la volontà generale dei popoli elettori.

La crisi non giustifica la disumanità: apre così il dibattito Erri de Luca, gran sostenitore dei rifugiati e testimone attivo dei viaggi che li vedono protagonisti nella ricerca disperata di raggiungere le coste italiane. Testimone attivo perché è salito su una nave di Medici Senza Frontiere: ciò che più lo colpisce è la serietà con la quale i giovani volontari lavorano per portare a salvo più persone possibili, la grande forza con la quale si prende questo incarico, influenzando persino chi lì lavora per un contratto. E’ la fraternità il primo valore portato avanti, ma anche soppresso in poco tempo a causa dell’eliminazione del diritto di appello per i migranti prevista dal governo italiano. Da qui il dibattito inizia a prendere toni polemici e di protesta nei confronti delle decisioni prese nei mesi precedenti dalla politica italiana (dalle diffamazioni alle ONG, alla pubblicazione del codice di regolamento, in cui MSF ha dichiarato fin dall’inizio non aderire), con la partecipazione anche del presidente italiano di Medici Senza Frontiere Loris de Filippo.

La giornata di sabato ha visto altrettanti attori della scena moderna internazionale e mondiale..Tra cui: “Ripartire da sinistra”. Si assiste progressivamente alla perdita dei valori tradizionali della sinistra, di quei modelli che hanno costruito le vere menti fondatrici di una scuola di pensiero che risale oramai a molti anni fa. Ciò che critica soprattutto l’ex ministro della giustizia del governo Valls,Christiane Taubira, è la mancanza di comunicazione con e fra le classi della società, utilizzando il termine “depoliticizzazione”. Le classi tuttavia hanno perso quasi completamente il significato di cui godevano una volta, non si può più parlare di classe media infatti e il bisogno ricade inevitabilmente nell’individuazione di un rappresentante. La crisi di cui sentiamo parlare sempre più spesso è diventata un modo di gestire il sistema, insidiando così paura e mancanza di fiducia nei cittadini. L’obiettivo deve essere quello di poter tornare a parlare di solidarietà nazionale: terrorismo, immigrazione, ecologia devono rappresentare proprio il punto di partenza, essendo i problemi che accomunano la maggior parte degli attori internazionali e proprio quelli che li possono unire.

“Love & Revolution”. Un dibattito fuori dalle righe per i temi e i protagonisti che ne hanno preso parte: il giovane scrittore Saleem Haddad, lo scrittore egiziano Ayman El Amir insieme a sua moglie Nada Riyadh e la giornalista inglese, nata in Canada, Shereen El Feki che hanno discusso sul significato dell’amore e di un aspetto intimo quale quello dell’omosessualità in Medio Oriente. Shereen El Feki ha svolto un’inchiesta sul sesso nel mondo arabo, per comprendere a fondo cosa passa nella mente di un individuo di una realtà un pò diversa dalla nostra, ma pur sempre con istinti umani. Nel linguaggio arabo si distaccano in particolar modo i due termini “habram” e “haib”, in cui il primo sta a significare tutto ciò che va contro la religione, mentre il secondo significa vergogna, il timore di non fare pur di non essere giudicato; da qui si delinea come la vita al letto è strettamente connessa con la vita esterna. A volte è la sola paura del pregiudizio a non liberare sentimenti che appartengono da sempre all’essere umano, sia esso uomo o donna.

E per concludere.. la Corea. In Corea del Sud 30 anni fa finiva la dittatura e si può dunque definire la democrazia una democrazia piuttosto giovane. A raccontarci questa realtà sono stati Chang Kyung-Sup, dell’università di Seoul, Kim Young-ha, scrittore e giornalista e Anna Fiefield del Washington Post. Fino al 2007 il popolo coreano era l’unico a stare sui libri per più di 2000 ore all’anno e il tasso di suicidi era davvero fuori dal normale ma altresì la produzione molto alta lo faceva posizionare tra i posti più alti per la prosperità economica: un quadro molto vario dunque. L’influenza americana e l’abitudine oramai divenuta quotidianità fa sì che la Corea del sud sia comunque dinamica nel relazionarsi, nel trovare più spazio all’impegno piuttosto che al tempo libero, la vita è paragonabile ad una macchina in continuo movimento e l’industrializzazione da questo punto di vista ha certamente contribuito molto. L’ultima elezione della presidente è avvenuta, secondo il sociologo presente, per la paura dei cittadini di non sapere dove si sarebbe andati a finire se il potere fosse stato affidato ad altri. Per quanto riguarda poi la minaccia della Corea del Nord, che forse spaventa più l’occidente che la Corea stessa, viene descritta come un muro, al di là del quale non si vuole oltrepassare, o meglio neanche ci si vuole immaginare cosa possa esserci; a livello di pericolo effettivo le dichiarazioni provenienti dal nord si ripetono da così tanto tempo che hanno perso la loro credulità.

Alla prossima edizione..

Laura Sacher

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