Catalogna, si accende lo scontro Barcellona -Madrid

23 Settembre 2017
4 mins read

Livelli di tensione fuori limite quelli fra Barcellona e Madrid quando ormai mancano pochi giorni all’1 di Ottobre, data fissata dalla Comunità catalana per il referendum sull’indipendenza della regione. Nella mattinata di mercoledì 20 settembre gli agenti della Guardia Civil spagnola hanno arrestato 14 elementi di spicco tra funzionari ed esponenti del governo catalano, compreso Josep Maria Jové, il braccio destro del vice presidente catalano, con l’accusa di essere fra i principali organizzatori del referendum non riconosciuto e ritenuto illegale dal governo centrale di Madrid. Sono state inoltre sequestrate milioni di tessere elettorali che dovevano essere utilizzate durante il referendum, e le perquisizioni hanno avuto luogo anche negli uffici delle Entrate, del Welfare  e del Centro Telecomunicazioni regionale, oltre naturalmente agli uffici dell’esecutivo catalano.

Poche ore dopo gli arresti, si sono radunati migliaia di persone per protestare contro l’azione del governo centrale e sei suoi militari. La protesta prosegue da giorni, con striscioni e cori a favore del referendum e dei diritti democratici e contro le’ “forze di occupazione autoritarie”.

Il primo ministro Rajoy difende la decisione del governo, dichiarando che tale operazione è a difesa dei diritti di tutta la Spagna e del suo popolo, che tale referendum è stato bocciato dalla legge e che per tale ragione bisogna difendere la democrazia facendo rispettare le sentenze giudiziarie. In risposta agli arresti e perquisizioni, il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, ha convocato una riunione d’urgenza dichiarando “che la democrazia è stata sospesa in Catalogna, che il governo ha oltrepassato la linea rossa e si è convertito in una vergogna antidemocratica”, il tutto seguito dalla conferma che il primo di ottobre il referendum si farà e da un richiamo al popolo catalano di rispondere in modo fermo ma sempre in maniera civile e pacifica. Anche la sindaca di Barcellona, Ada Colau, ha definito “scandaloso” ciò che avvenuto nella mattinata di mercoledì, definendo “uno scandalo democratico la perquisizione di istituzioni e gli arresti di cariche pubbliche per motivi politici”.

Tutto ciò rappresenta solo l’ultima azione intrapresa da Madrid per cercare di fermare lo svolgimento del referendum fissato per il primo di ottobre. L’ultimo tentativo era stato il blocco dei fondi federali di Madrid, per evitare che soldi pubblici venissero utilizzati per l’organizzazione del referendum. La Corte Costituzionale, inoltre,  aveva sospeso l’efficacia del referendum, su richiesta del governo centrale: il referendum è ritenuto illegale e non verrà tenuto conto dell’esito di un risultato che potrebbe mettere in discussione l’indivisibilità e l’unità della Spagna, sancite, appunto, dalla Costituzione. Il presidente catalano, nonostante i continui ostacoli, aveva firmato il decreto per convocare la consultazione popolare. Questi ha ottenuto l’approvazione di circa settecento sindaci catalani che hanno promesso l’apertura dei seggi e il regolare svolgimento delle votazioni.

Non siamo al primo caso di organizzazione di un referendum in Catalogna. Tre anni fa si era cercato di organizzarne un altro, bloccato dal Tribunale Costituzionale spagnolo, e trasformato in una consultazione informale da parte delle istituzioni catalane. L’indipendentismo catalano è un argomento al centro del dibattito da molti anni, ma negli ultimi anni ha acquisito nuova linfa vitale e nuova forza, oltre che essere, naturalmente, fonte di forti tensioni fra Barcellona e Madrid. Il tentativo del 2014, anche se del tutto informale ebbe un’affluenza stimata attorno al 36% degli aventi diritto, con l’80% favorevoli all’indipendenza. Naturalmente, la consultazione non ha avuto nessun valore legale, visto il blocco del Tribunale Costituzionale. Al centro dell’attuale scontro abbiamo una legge approvata dal Parlamento catalano “La ley del referéndum de autoderminación vinculante sobre la independencia de Cataluňa”, che come può dedursi è stata pensata e creata per essere vincolante. Nello specifico, in caso di vittoria dei favorevoli, le autorità catalane dovrebbero dichiarare l’indipendenza della Catalogna. Per i partiti indipendentisti i problemi iniziano il 7 settembre, quando il Tribunale Costituzionale spagnola sospende la legge sul referendum approvata  dal Parlamento catalano e vietando ai sindaci catalani e ai funzionari del governo di partecipare all’organizzazione del progetto. Il giorno successivo, l’8 settembre, interviene anche il Tribunale superiore di giustizia della Catalogna, ordinando alle forze di sicurezza (Guardia Civile, Polizia Nazionale, Mossos d’Esquadra e polizia locale) di iniziare le operazioni di sequestro del materiale del referendum. Lo stesso giorno sono iniziate in diversi comuni alcune operazioni compiute soprattutto dalla Guardia Civil, un corpo di natura militare che dipende da Madrid, culminate in perquisizioni, sequestri e gli arresti di Barcellona. Il corpo di polizia che è rimasto sostanzialmente defilato in tali operazioni è stato quello dei Mossos d’Esquadra, che dipende dal ministero degli interni catalano. Questi sono stati accusati anzi di non fare abbastanza per impedire il referendum e quindi seguire la linea imposta da Rajoy. A oggi non è chiaro come si comporteranno il giorno del referendum: se seguiranno gli ordini della magistratura e impediranno il normale svolgimento delle votazioni o se garantiranno le operazioni di voto e la sicurezza dei seggi.

Dal punto di vista catalano, non c’è stata nessuna trattativa da parte di Madrid, ma solo una repressione immediata, come nei regimi autoritari che coprono le loro decisioni con atti giudiziari. La questione, secondo molti, non è la repressione dell’indipendentismo catalano o meno, ma lo svolgimento di un referendum in cui i cittadini possono esprimere in maniera del tutto libera la loro opinione sullo stato attuale e futuro del loro paese. Non si tratta di una semplice distinzione buonista, perché secondo gli ultimi sondaggi meno della metà dei catalani sarebbe favorevole all’indipendenza, mentre quasi tutti sono a favore del diritto di decidere. Se si seguisse l’esempio di altri paesi, come nel caso scozzese nel Regno Unito, gli indipendentisti magari perderebbero il loro referendum (visto i sondaggi appena citati) e in quel casi si aprirebbe una trattativa per garantire maggiore autonomia alla Catalogna. Ma se si continua con umiliazioni e provocazioni, nell’arco di poco tempo, la questione potrebbe cambiare con un aumento della forza dei favorevoli all’indipendenza.

Nel frattempo arrivano dichiarazioni da Bruxelles, dove l’UE prende posizione a favore del governo spagnolo: “l’UE rispetta l’ordine costituzionale della Spagna come con tutti gli stati membri ed è in seno a questo che tutte queste questioni potranno o dovranno essere affrontate”. Anche Parigi si schiera “per una Spagna unita e forte”.

È difficile prevedere quale sarà il risultato del referendum, se dovesse effettivamente svolgersi. Nel corso degli anni passati i sondaggi sull’indipendenza sono stati parecchi, con risultati molte volte diversi, a secondo dell’istituto che li realizzava e dei quesiti posti. Non è da sottovalutare nemmeno l’impatto degli eventi degli ultimi giorni sulle intenzioni di voto  dei cittadini catalani. Per ora, l’unico fatto certo è che non sembrano esserci  margini di negoziato tra il governo centrale spagnolo e quello catalano. Non ci resta che aspettare.

 

Mario Savina

Mario Savina, analista geopolitico, si occupa di Nord Africa e Medio Oriente. Ha conseguito la laurea in Lingue e letterature straniere all’Università di Bologna, la laurea magistrale in Sviluppo e Cooperazione internazionale a La Sapienza, dove ha ottenuto anche un Master II in Geopolitica e Sicurezza globale. Su European Affairs scrive nella sezione Medio Oriente.

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