SE PYONGYANG AVVICINA PECHINO A WASHINGTON

1 Maggio 2017
4 mins read

L’escalation dei toni nel Nordest Asia sta mettendo in allarme le cancellerie della regione e non solo. Il fragile equilibrio su sui si regge la pace nella penisola coreana è messo a dura prova su entrambi i lati. Trump ha minacciato da inviare un”armada” navale, mettendo sotto pressione Pyongyang nei giorni delle celebrazioni per il 105° anniversario della nascita di Kim Il-Sung, fondatore del paese. Kim Jong-Un, sul fronte opposto, ha rinnovato le sue minacce agli Stati Uniti e ai suoi alleati sudcoreani e giapponesi, dichiarandosi intenzionato ad utilizzare tutto il suo potenziale offensivo in caso di conflitto. Il dossier sul nucleare nordcoreano è dunque tornato di grave attualità, facendo alzare il livello di allarme della comunità internazionale.

Il progetto nucleare riveste per Pyongyang un valore assolutamente strategico in chiave di deterrenza contro le minacce esterne e per questo destina al proprio programma di ricerca circa 700 milioni di dollari ogni anno, per avanzare sul terreno tecnologico e dotarsi di vettori balistici a medio e lungo raggio su cui, un giorno, installare testate atomiche. I sei test nucleari fin ora condotti e i progressivi miglioramenti tecnici hanno permesso al regime di rafforzare la propria posizione nello scacchiere dei rapporti regionali e nel confronto con il grande nemico americano, con il quale, va ricordato, non è mai stato firmato un trattato di pace dopo la fine della guerra di Corea, nel 1951.

Non è possibile verificare i proclami di Pyongyang e nessuno sa con certezza quando Kim potrà fare affidamento sulla bomba all’idrogeno o su un missile balistico capace di raggiungere le coste occidentali americane. Questa incertezza però gioca a favore del regime, che mostra i muscoli senza che il nemico riesca a capire con certezza se siano di carne o cartapesta.

La retorica nucleare è un importante strumento di controllo e affermazione anche sul fronte interno, perché permette a Kim di consolidare la propria autorità sia agli occhi della popolazione che dell’establishment burocratico-militare che nel paese detiene un ruolo ovviamente centrale. Quando è succeduto al padre, nel 2011, Kim era quasi sconosciuto in patria. Ha dovuto dunque fin da subito esasperare la sua retorica per costruirsi l’immagine di leader autorevole e determinato, facendo affidamento sulla potente macchina della propaganda e sull’epurazione sistematica degli avversari interni. Esempio paradigmatico fu l’eliminazione fisica di Jang Song-taek, zio del giovane leader che aveva scalato le gerarchie militari durante il regno di Kim Jong-il e che nei primi mesi dopo l’avvicendamento aveva svolto la funzione di reggente de-facto del regime.

Jang era inoltre diventato il referente privilegiato di Pechino,principale, se non unico, alleato della Corea del Nord. E, sul modello cinese, Jang voleva portare Pyongyang sulla strada delle riforme economiche e di una maggiore apertura verso l’esterno. Il peso specifico di Jang nel sistema di potere e il suo progetto di trasformare il paese, allontanandolo dal modello dinastico e personalistico in favore di una concezione più collegiale ispirata dall’esempio di Pechino, sono stati probabilmente alla origine della sua fine. Progressivamente marginalizzato dal nuovo leader, dopo il 2011, venne arrestato nel 2013 e ucciso insieme ad altri esponenti della sua cerchia.

Questa dimostrazione di forza, pur servendo come esempio nei confronti di altri possibili avversari interni, ha segnato l’inizio di una nuova fase di isolamento nel paese dal resto della comunità internazionale. I successivi test nucleari e la retorica aggressiva di Kim hanno provocato un sentimento di forte esasperazione nei confronti del regime di Pyongyang, anche in seno all’alleato cinese, tradizionalmente disponibile alla pazienza. Dopo l’esecuzione di Jang, Pechino ha perso il suo uomo di riferimento e non ha più trovato interlocutori affidabili a nord del 38° parallelo, perdendo in parte il suo ruolo di protettore e controllore del regime.

Se per lungo tempo La Corea del Nord è stata uno strumento di pressione sulla comunità internazionale ed uno stato cuscinetto frapposto tra Pechino e gli alleati asiatici degli Stati Uniti, oggi rischia di essere un fattore di rischio per gli interessi cinesi nella regione. Le intemperanze nordcoreane hanno avuto l’effetto di sprigionare la corsa agli armamenti nei paesi limitrofi, andando così ad alterare i tradizionali equilibri nel Pacifico e mettendo Pechino in una situazione di inedita difficoltà. La difesa a oltranza di Pyongyang potrebbe dunque essere ormai controproducente per la Cina, che potrebbe infine optare per una pragmatica convergenza con Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone.

Nel 2016, per la prima volta, la Cina ha aderito al sistema di sanzioni contro il governo nordcoreano, segnando una svolta importante. Pechino è infatti il primo partner commerciale di Pyongyang ed ospita un gran numero di conti correnti, società e compagnie che gestiscono le attività lecite e illecite del regime. Nel 2017 le importazioni di carbone dalla Corea del Nord scenderanno del 50%, con un danno economico stimato in circa 700 milioni di dollari, pari a tutto il budget per i programma di ricerca nel campo del nucleare.

Questo cambio di rotta non si traduce però in un appiattimento cinese sulle posizioni americane. Pechino non ha affatto apprezzato le esplicite minacce lanciate da Trump contro la Corea del Nord e, già in occasione del vertice bilaterale del marzo scorso in Florida, il presidente cinese Xi Jinping ha ribadito la necessità di trovare una soluzione diplomatica ed evitare una pericolosa escalation nella regione. Pechino non potrebbe comunque permettersi di rimanere spettatore passivo di fronte ad un’eventuale azione militare statunitense, che avrebbe ricadute dirette sulla propria sicurezza nazionale.

La leva economico-commerciale potrebbe permettere alla Cina di rafforzare nuovamente la propria influenza sulle élite militari e burocratiche nordcoreane, che basano il proprio benessere sulla possibilità di fare affari con il potente vicino. Sarà però necessario individuare nuovi referenti a Pyongyang, per poter tornare ad influenzare la politica del regime e gestire al meglio, nell’eventualità di una caduta dell’attuale leadership, la fase di transizione. Una recuperata influenza permetterebbe inoltre alla Cina di ottenere una nuova moneta di scambio nei rapporti con l’amministrazione  Trump, in una fase storica delicata per i rapporti tra i due giganti globali.

La necessità di limitare l’imprevedibilità del regime di Kim Jong-Un potrebbe essere il terreno comune su cui ridefinire i confini del rapporto tra Cina e Stati Uniti. Un ruolo più assertivo di Pechino nei confronti del regime potrebbe essere dunque il frutto di un accordo tra le due sponde del Pacifico, con una possibile marginalizzazione del ruolo giocato da Giappone e Corea del Sud nella determinazione di una nuova strategia.

Tokio e Seul si troverebbero in prima linea, in un eventuale conflitto armato con Pyongyang.  Se però il Giappone sembra disponibile ad appoggiare l’approccio muscolare dell’amministrazione Trump, Seul continua a spingere per la ricerca di soluzioni pacifiche e diplomatiche. Nel mezzo di una crisi politica che ha portato alle dimissioni dell’ex-presidente Park, la Corea del sud rischia di ritrovarsi senza un governo forte nel momento in cui si prenderanno decisioni cruciali, con ricadute dirette sulla sua sicurezza.

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