Erdogan e il sogno dell’impero

9 Novembre 2015
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Si è chiuso così, con un richiamo “mondiale” di Erdogan al rispetto dei risultati raggiunti, il secondo capitolo delle elezioni turche consumato il 1° di novembre. Il clima di terrore innescato dal premier a partire dal 7 giugno, data delle precedenti elezioni annullate per l’impossibilità di creare una coalizione di governo, ha premiato l’AKP tornato in possesso della maggioranza.

 

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Il partito di Erdogan ha ottenuto il 49,4% delle preferenze conquistando 315 seggi su 550, quaranta in più rispetto alla soglia richiesta per governare in autonomia. Il principale partito di opposizione, il CHP, ha terminato la corsa con il favore del 25,4% dei votanti pari a 134 seggi, il nazionalista Mhp con il 12%, equivalenti a 41 seggi mentre l’HDP curdo di Salahattin Demirtas, è riuscito, nonostante le violente interferenze inflitte dal governo, a riconfermare la sua presenza in Parlamento superando, anche se di poco, la soglia del 10% imposta.

 

Nei cinque mesi intercorsi fra i due richiami alle urne, il clima interno del paese è stato messo a dura prova dal braccio di ferro fra AKP e il PKK, il partito dei lavoratori curdi guidato da Ocalan, di cui l’HDP rappresenta il braccio politico. A Diyarbakir, capitale della regione turca a maggioranza curda e roccaforte dell’HDP, si sono consumati attentati e scontri che hanno avuto l’effetto di annullare, per scelta da parte dei vertici del partito, ogni tipo di campagna elettorale. Una decisione sofferta, presa per proteggere le minoranze curde, destinatarie delle repressioni.

 

Correlare quindi i risultati delle ultime elezioni ad una libera scelta di unità nazionale, come sostiene Erdogan, rappresenta una forzatura sulla quale gravano altre tensioni, dal flusso di profughi dalla Siria, alla chiusura di canali televisivi e giornali di opposizione decisa dal premier per reprimere evidentemente la diffusione di opinioni contrastanti. L’ultimo “slogan” politico è stato diffuso subito dopo l’apertura delle urne, quando il governo ha lanciato la notizia dell’uccisione da parte dell’esercito turco di 50 membri dell’Isis in Siria e della distruzione di ben 8 delle loro postazioni. L’intenzione, evidente, era di impressionare in termini positivi non solo l’elettorato ma anche la comunità internazionale, dopo la diffusione, nei mesi scorsi, di ben altre informazioni legate al traffico delle armi dirette al Califfato gestito con leggerezza al confine turco e agli attacchi ufficialmente diretti a Isis ma in realtà concentrati sulle forze combattenti curde opposte ai terroristi.

 

La posizione cruciale occupata oggi dalla Turchia non soltanto per la sua collocazione geografica ma per il ruolo esercitato a livello politico permette a Erdogan quell’ampia possibilità di manovra avallata dai paesi occidentali, Usa in prima fila. La maggioranza ora riconquistata rappresenta per il premier un ulteriore lasciapassare per concretizzare i cambiamenti voluti a livello costituzionale. Erdogan vorrebbe modificare la costituzione dello stato principalmente per riconoscere al presidente poteri più ampi di quelli attuali. Il sogno è di rinverdire gli antichi fasti dell’impero Ottomano.

 

Un piano ambizioso, fermato al momento dalla necessità di trovare alleati che possano affiancare Erdogan nell’impresa. Per cambiare la carta infatti serve l’avvallo di 367 seggi, 52 in più di quanti l’AKP disponga. Dovesse non riuscirci, Erdogan passerà alle consultazioni referendarie aprendo nuovi dubbi a proposito della regolarità delle procedure. Poco importa se gli osservatori europei hanno pesantemente criticato il 1° novembre scorso l’intero processo elettivo dichiarandolo ingiusto.

 

L’Osce, Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa” e l’Assemblea parlamentare del consiglio d’Europa, hanno denunciato le violenze e messo in dubbio la liceità del percorso. Erdogan ha reagito chiedendo riconoscimento globale dei risultati ottenuti alla urne e inneggiando contro i ribelli del PKK. I primi effetti delle elezioni sono stati intanto assorbiti dal mercato azionario di Istanbul, salito bruscamente, insieme alle quotazioni della lira turca, dopo i risultati delle urne.

 

Monia Savioli

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