Cina, controllo dei mari e sicurezza nazionale

16 Aprile 2015
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Da molti ritenuta l’avversario più temibile per gli Stati Uniti, da altri il suo erede, la Cina ha subito profonde rivoluzioni sociali, economiche, nelle corporations. La prossima frontiera di competizione saranno i mari – in cui rischia la collisione con gli Stati Uniti – il controllo delle rotte commerciali e la sicurezza degli approvvigionamenti da cui dipende la sopravvivenza della nazione.

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Per difendere i suoi interessi commerciali e competere con potenze vecchie e nuove (Giappone, India, Stati Uniti ecc) la Cina ha da anni avviato un processo di rinascita e riammodernamento della propria flotta navale militare in parallelo con la sua crescita economica. La difesa degli interessi nazionali viaggia anche attraverso il potenziamento del potere navale, declinato anch’esso in soft e hard power. Contratti commerciali, joint ventures, porti ed infrastrutture in grado di contenere e sopportare il peso di flussi sempre più intensi ma soprattutto una politica di vicinato che sarà supportata da una flotta sempre più ricca e tecnologicamente avanzata. La prima portaerei cinese, la Liaoling, è stato il primo grande passo verso la riappropriazione e riaffermazione nel Mar Giallo, nel Mar Orientale Cinese e in quello Meridionale e la difesa di un’area che ha incontrato già le prime opposizioni.

La Cina si affaccia sul mare per oltre 14.000 km ed ha pretese su una superficie molto vasta dei mari che la circondano (circa il 90% del mare Cinese Meridionale), compresi alcuni arcipelaghi che le garantirebbero di estendere la propria sovranità in maniera considerevole (sarebbero comprese anche le isole Senkaku, Paracel e le Spratly). Le ragioni risiedono nella presenza di ricchi giacimenti off-shore di petrolio e gas, ricche riserve di pesca, possibilità di estendere la sua influenza su superfici che pur non essendo popolabili (se sei escludono alcune isole naturali e le isole artificiali) sono però la rappresentazione pratica di una volontà politica che è volontà di potenza (in questo caso una rinata potenza). Insomma, le acque territoriali arriverebbero a lambire le coste di Vietnam, Malesia, Brunei, Filippine e Giappone: la Cina così facendo creerebbe una sorta di piscina privata di fronte le sue coste.

Per garantire una presenza ed una sicurezza costanti è interessante notare come l’uso di soft e hard power si sia fatto sempre più complesso: forza economica, forza lavoro da esportare, trattati commerciali e flussi di merci da un lato, gara all’innovazione tecnologica civile e militare, presenza nei mercati energetici dall’altro). Le basi navali cinesi, infatti, ne sono dimostrazione. Osservando la loro dislocazione si può capire in che modo la proiezione dell’interesse nazionale cinese sulle acque del mare Cinese Meridionale possa essere una potenziale fonte di tensione e scontro con i Paesi che si affacciano sullo stesso mare e con gli Stati Uniti. Esse sono dislocate a nord ed a sud della nazione: a nord quelle di Qingdao e Dinghai proprio in corrispondenza di Korea del Sud e Giappone (dove sono presenti le basi navali statunitensi di Chinhae, Sasebo, Okinawa e la settima flotta navale), a sud in prossimità delle installazioni navali americane di Cam Ranh Port in Vietnam e la più lontana Singapore. E’ chiaro che una presenza nell’area sarebbe in grado di ottenere effetti positivi per la sicurezza cinese non tanto in vista di un confronto militare (che per quanto improbabile ed altamente sconsigliabile non può essere escluso a priori) quanto per una più sicura proiezione temporale che vedrebbe la sua crescita economica beneficiarne direttamente. Non si tratta, qui, di gareggiare contro rivali ormai noti. Si tratta invece di garantire un futuro sicuro alla nazione: la riformulazione del diritto per l’adeguamento agli standard internazionali, la rivoluzione sociale e culturale e la riconversione delle aziende devono necessariamente essere sostenute da una visione che, senza un continuo afflusso di energia, non potrebbe essere perseguita.

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In questo campo la Cina ha scoperto che per continuare la sua inarrestabile crescita economica ha bisogno di ancora più energia (i trend di crescita che lasciavano sgomenti alcuni anni addietro saranno probabilmente in calo nel prossimo futuro ma tenderanno a rimanere su valori comunque superiori a quelli di molta parte del cosiddetto mondo sviluppato): la popolazione negli ultimi decenni ha fatto registrare flussi sempre maggiori in direzione delle grandi metropoli che, quindi, per poter reggere gli stress sociali ed industriali necessitano di approvvigionamenti e disponibilità continua di energia. La modernizzazione ha fatto i conti con un impianto industriale basato su produzioni non adeguate alle sfide della globalizzazione (economia pianificata, accentramento del potere e del decisionismo governativo), assenza di compagnie private in grado di portare valore aggiunto alla diversificazione del sistema nel complesso, una classe politica ancorata a vecchi schemi. Ma una volta tornata sullo scenario mondiale la Cina (tra sottosviluppo rurale, povertà, crescita demografica, forza lavoro competitiva, economia sommersa) ha dovuto recuperare un gap enorme accumulato durante decenni in cui, per potersi risollevare internamente e costruire un sistema nazione autosufficiente, ha lasciato da parte il mondo che la circondava. Ora, però, quella striscia di mare che lambisce le coste di Cambogia, Filippine, Malesia va in qualche modo blindata attraverso la presenza di sottomarini (meglio se capaci di lanciare missili con testate nucleari), navi, portaerei; va rivendicata territorialmente, anche se ciò cozza con le limitazioni stabilite dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che prevede un intricato sistema di spartizione delle zone economiche esclusive dei vari Paesi rivieraschi e all’interno della quale le rivendicazioni cinesi si allargherebbero rendendola carta straccia. Ciò che è importante riportare è che buona parte del commercio mondiale attraversa queste acque connettendo lo stretto di Aden con l’Oceano Indiano, passando attraverso lo stretto di Malacca (500 miglia nautiche di percorrenza lo rendono lo stretto più lungo del mondo utilizzato per la navigazione commerciale) per trasportare merci e petrolio fino ai porti cinesi e viceversa.

 

L’intera zona è, a ragione delle rivendicazioni cinesi (forse non abbastanza per sovvertire l’attuale stato delle cose) interessata storicamente dai traffici navali dell’ex impero, che hanno sviluppato assieme al commercio della Cina anche i porti dei Paesi vicini e fatto di questa rotta una delle più trafficate al mondo. Una delle tecniche che il governo cinese sta utilizzando per assicurarsi una predominanza sui mari è quello della costruzione di isole artificiali. Queste infrastrutture costituiscono una sorta di intermezzo momentaneo che separa la loro nazione dal controllo del mare Cinese Meridionale e che sono un’estensione del territorio della Repubblica Popolare. Vengono costruite attraverso materiale incanalato in condotte apposite che per mezzo di numerose draghe esportano sedimenti dal sottosuolo per poi depositarli ove il fondale consente un rapido accumulo degli stessi. Numerose sono le affermazioni succedutesi da Washington e dai governi interessati affinché il governo cinese limiti queste operazioni. Sin dalle pronunce di Hillary Clinton gli Stati Uniti, coscienti della distanza geografica che li separa da questo quadrante sempre più caldo, hanno approcciato la questione seguendo una politica il cui obiettivo è quello di coinvolgere tutte le parti interessate. Questo significa coinvolgere anche gli Stati Uniti, che hanno una forte presenza nell’area. Si è quindi più volte parlato di “multilateralismo”, ma il governo di Pechino sembra rigettare al mittente la proposta. L’impressione è che agendo singolarmente, cercando quindi di gestire le dispute volta per volta (con Stati che a volte soffrono di un certo timore nei confronti di Pechino) e lasciando la proposta negoziale da parte, si cerche di arrivare ad una soluzione più equa e ovviamente più congeniale al volere cinese.

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I motivi di questo decisionismo (che ha però radici storiche ben piantate nella cultura cinese) sono vari. Proviamo a delinearne alcuni:

  • Ritorno sulla scena internazionale dopo un lungo periodo di isolazionismo (oltre alla mai sopita competizione con l’Impero del Sol Levante e l’ingombrante presenza statunitense).
  • Nelle zone contese si incrociano non solo le volontà di potenza dei Paesi ma, più pragmaticamente a sovrapporsi sono le zone di identificazione degli spazi aerei e le zone economiche esclusive di Cina e Giappone (oltre che delle altre nazioni). Proprio il giacimento di gas di Chunxiao è situato all’interno delle due aree. Il problema che si pone è dunque non solo di tipo navale, marittimo, ma anche relativo agli spazi aerei. Qui la questione della rivendicazione di sovranità è affrontata anche attraverso una corsa alla supremazia dell’aria.
  • La Cina è attualmente una potenza non in grado di sfidare gli Stati Uniti a viso aperto. Deve quindi rafforzare la propria struttura interna sociale ed economica (il che, però, prevede ulteriori investimenti interni per la lotta contro la povertà diffusa ad esempio) e per farlo ha bisogno di una sistema Paese che al momento è ancora in fase di costruzione. Internamente è un Paese diviso e quindi debole.
  • Presenza di risorse energetiche diffuse nelle regioni su cui vanta sovranità. Questo vorrebbe dire diversificare provenienza e rotte per la fornitura di petrolio e gas, quindi una minore dipendenza dalla Russia e dal medio Oriente (in questo caso bilanciata da un maggiore controllo commerciale e militare delle rotte navali).
  • Disporre di una vasta superficie su cui effettuare addestramenti ed operazioni congiunte, oppure testare le proprie armi. Una presenza militare servirebbe indubbiamente a garantire una cornice di difesa e sicurezza maggiore sotto due aspetti: garantirebbe maggiore presenza e peso politico/militare nell’area; garantirebbe le rotte commerciali che trasportano il petrolio del medio Oriente e costituiscono la linfa vitale del commercio da e per la Cina.
  • Le riserve di pesca presenti nelle acque del Mare Cinese fornirebbero sussistenza ad una parte significativa della popolazione, prevenendo così possibili rivolte e tensioni sociali dovute all’eccessivo sfruttamento e quindi alla riduzione delle riserve presenti.

 

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Francesco Danzi

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