L’atteggiamento aggressivo di Pechino non nuoce solo ai vicini asiatici. In Estremo Oriente si apre un nuovo fronte geopolitico, in cui Stati Uniti e Unione Europea dovranno mettere in campo un atteggiamento non pregiudiziale.
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Non solo la politica aggressiva della Russia nei confronti dell’Ucraina, con l’istituzione unilaterale di un referendum che ha portato alla secessione della Crimea, può avere ripercussioni sul diritto internazionale. Nel mese di maggio, infatti, si è aperto un altro fronte geopolitico caldo: quello relativo al Mar Cinese. In questo caso, l’attore principale è la Cina.
Forte del suo sviluppo economico impetuoso, Pechino ha messo in campo un atteggiamento aggressivo nei confronti dei paesi limitrofi. Mira, attraverso la politica dell’appropriazione de facto, ad appropriarsi di porzioni di spazi aerei e marittimi degli stati confinanti.
In primis, è il caso del Vietnam. Il governo cinese ha infatti installato una piattaforma petrolifera a circa 200 chilometri dalla costa vietnamita (vicino alle contese Isole Paracel), in acque rivendicate da Hanoi, dando una dimostrazione di forza. Attraverso un atteggiamento unilaterale e approfittando del fatto che questo stato non ha potenze protettrici alle sue spalle, la Repubblica Popolare ha attuato la politica del “fatto compiuto”, conquistando una porzione territoriale non sua.
Questo ha provocato violenti scontri in Vietnam e ha costretto il governo di Pechino a riportare molti connazionali a casa. I dimostranti, nonostante l’atteggiamento contrario delle autorità, si sono riversati nelle piazze di tutto il Paese e hanno dato fuoco ad alcune fabbriche appartenenti a proprietari cinesi, provocando diversi morti.
Ma quello che rischia di verificarsi in Estremo Oriente è un effetto a macchia d’olio. A differenza degli altri stati che si affacciano sul Mar Cinese, la Cina non ha aderito alla Zee (Zona Economica Esclusiva) sancita dall’Onu e firmata non solo dal Vietnam, ma anche da Malesia, Brunei, Filippine e Taiwan. Ed è questo il motivo per cui Pechino si è arrogato il diritto di costruire una piattaforma petrolifera in acque territoriale di non sua appartenenza.
Una dimostrazione di forza che potrebbe ripetersi in futuro sia in Asia sia nel resto del mondo e che potrebbe dare seguito a pericolosi precedenti nel campo del diritto internazionale. Così come il referendum sulla secessione della Crimea è stato riconosciuto unilateralmente dalla Russia, la stessa cosa, sebbene con modalità diverse rispetto ad un plebiscito, si potrebbe ripetere con la Cina.
In entrambi i casi, infatti, il fatto avvenuto e, seppur contestato, potrebbe influire sulla giurisprudenza internazionale e moltiplicare in tutto il mondo atteggiamenti violenti e rivendicazioni unilaterali.
La protezione da parte degli Usa di cui godono Giappone e Filippine sembrano, per il momento, aver frenato in parte la sete di espansionismo cinese. Ma la questione è tutt’altro che chiusa. E spetta all’Occidente e alla comunità internazionale riportare il dialogo al centro delle relazioni e dispute internazionali.
Tuttavia, come nei casi delle crisi che hanno coinvolto i paesi del Nord Africa, la Siria e l’Ucraina, Stati Uniti ed Europa devono mettere in campo un atteggiamento non frutto dei pregiudizi tipico del XX secolo, ma aperto e contestualizzato nei nuovi scenari globali che si sono venuti a creare all’inizio del Nuovo Millennio.
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