La Turchia di Erdogan tra crisi e protagonismo internazionale

6 Settembre 2019
11 mins read

La Turchia ad oggi conta una popolazione di 82 milioni di persone; nel 2017 ha modificato tramite referendum costituzionale la sua forma di governo da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale, così allontanando ulteriormente la sua possibile adesione nell’Unione Europea, peraltro già bloccata sia da alcuni Stati dell’Unione tramite veto che dall’incompatibilità sui parametri d’ingresso ritenuti fondamentali dalla UE, parametri perlopiù riguardanti lo stato di diritto. Oggi la guida di questo Stato dalle enormi potenzialità è affidata a Recep Tayyip Erdogan, presidente dal 2017 e precedentemente in carica come primo ministro dal 2003 al 2014. Fondatore e leader del Partito per la Giustizia e per lo Sviluppo, la sua politica si basa sul conservatorismo e sul neo-ottomanesimo, ovvero sull’aspirazione della Turchia come potenza regionale di riferimento per gli altri Stati in virtù del passato glorioso dell’Impero Ottomano. Quest’ultima corrente politica spesso poggia anche sull’islamismo, ovvero sulla credenza che l’Islam debba guidare la vita sociale e privata, e per questo motivo molti credono che la politica di Erdogan sia in contrasto con le linee guida del fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal (anche detto Ataturk, padre dei turchi) da cui discende l’ideologia del kemalismo, che al contrario si rifà al secolarismo e al riformismo dello Stato.

LE ELEZIONI DEL 2019 E LA CRISI ECONOMICA

Malgrado la presidenza di Erdogan abbia subito un duro colpo nelle elezioni amministrative del 2019 perdendo il controllo di ben 7 delle 12 città maggiori del paese tra cui Istanbul, Smirne, Antalya e la capitale Ankara, i cittadini turchi nel complesso hanno rinnovato il loro sostegno al presidente con il 57% dei voti in totale favorevoli al suo partito. Questo evento sembrerebbe però aprire una breccia nel sostegno talvolta cieco del popolo turco verso il presidente, e i motivi sono sia di politica interna che di politica estera, a partire dalla crisi economica. Il legame fra la crisi e il crescente scontento popolare verso il presidente è reale dal momento che questi ha fatto dell’economia turca il suo cavallo di battaglia. Infatti la Turchia negli ultimi due decenni ha vissuto una sorta di miracolo economico in cui il PIL è quasi quadruplicato (da 238 a 851 miliardi di dollari), grazie anche a un forte sviluppo industriale che ha permesso così a milioni di turchi di uscire dalla sacca di povertà. Questo circolo virtuoso tuttavia negli ultimi anni si è interrotto a causa di un gonfiamento eccessivo della spesa pubblica, surriscaldata per via di molti crediti governativi agevolati per imprese e famiglie, oltre che alcune opere pubbliche la cui realizzazione non ha portato ai ricavi sperati. I primi segni della crisi sono arrivati nel 2018 con una crescita del PIL ferma al 2,6%, sotto gli obiettivi di crescita fissati dal governo al 3,8%, una cifra irrisoria soprattutto se confrontata al 7,6% del 2017. Non solo, anche i consumi privati sono crollati nell’ultimo anno e il PIL procapite è tornato sotto la soglia dei 10.000 dollari; sono bastate quindi poche contrazioni economiche per innescare una fuga di capitali esteri dal paese, pari a 20 miliardi di dollari solo nel secondo semestre del 2018. Anche se l’economia turca non può dirsi malata questa stagione negativa ha creato un forte risentimento verso il governo di Ankara, che ha così segnato le elezioni amministrative di quest’anno: infatti analizzando i risultati in chiave geopolitica emerge un dato interessante ovvero, che mentre nelle grandi città dove l’economia porta avanti le attività e viceversa (Istanbul da sola produce il 31% del PIL nazionale) gli elettori hanno condannato l’operato di Erdogan, nel resto del paese dove la politica è sentita dai cittadini in maniera più fideistica, il Presidente ha mantenuto il proprio vantaggio.

LE RADICI DELLA MODERNA TURCHIA

Un altro tema importante in Turchia è quello delle minoranze etniche presenti nel paese. L’Anatolia è una regione geografica caratterizzata dalla sua posizione a metà tra due continenti, e pertanto è sempre stata storicamente un punto di arrivo per molte popolazioni provenienti sia dall’occidente che dall’oriente, le quali nel tempo si sono stratificate fra di loro e hanno dato vita a un’amalgama di culture diverse; basti pensare che la popolazione turca ha comune ascendenza con la popolazione uigura che vive nella regione autonoma dello Xinjiang, in Cina. Questo carattere di multiculturalità venne tuttavia combattuto agli inizi del ‘900, nel ventennio che sancì poi la proclamazione della Turchia nel 1923 per mano di Mustafa Kemal Ataturk. Nato nell’ultima fase dell’Impero Ottomano, fin da giovane Ataturk capì che l’Impero era ormai alla fine e che, per guadagnare prestigio internazionale ed evitare lo spartizione dei propri territori, la Turchia doveva modernizzare e centralizzare la propria autorità, anche a disapito delle comunità straniere. Nel 1915 i Giovani Turchi, movimento nazionalista di cui facerva parte Ataturk, uccisero circa un milione e mezzo di armeni temendo che questi potessero allearsi con i russi in funzione anti-turca, e sempre in quel periodo la stessa sorte toccò a centinaia di migliaia di greci che abitavano la zona del Ponto, la costa nord dell’Anatolia che da sul Mar Nero, dando così vita insieme ad altri abitanti di origine greca al grande esodo verso la Grecia che durò fino al 1923.

LA QUESTIONE DEI CURDI

Ad oggi però la moderna Turchia si trova a dover fare i conti di politica interna con un’ altra minoranza etnica presente nel paese: i curdi. Il CIA World Factbook, pubblicazione annuale della Central Intelligence Agency che riporta dati statistici sui paesi di tutto il mondo, stima che attualmente in Turchia vivono circa 15 milioni di curdi, che rappresentano così la più grande etnia non turca nel paese. L’etnia curda infatti ha origini diverse da quelle dei turchi a partire dalla lingua, imparentata con il persiano, e da un universo di usi e costumi diverso da quello dei suoi coinquilini.

Le cause del conflitto curdo-turco risalgono sempre alle battaglie per l’indipendenza della Turchia che combatterono insieme contro le potenze europee dopo la prima guerra mondiale; una volta vinta la guerra la Turchia volle avviare nuove trattative per imporre condizioni favorevoli in quanto vincitrice del conflitto, trattative che finirono con la firma del Trattato di Losanna nel 1923. Differentemente dal Trattato di Sèvres che, firmato 3 anni prima dal Sultano, prevedeva la spartizione dell’Anatolia tra zone d’influenza europee, l’internazionalizzazione dello stretto dei Dardanelli e del Bosforo, e soprattutto la cessione di ampi territori in favore dell’Armenia e di un futuro Kurdistan, Ataturk emerso come vincitore e presidente della nuova Repubblica turca riuscì a tenere nelle proprie mani l’Anatolia e privare gli armeni e i curdi non solo di pretese territoriali, ma anche del riconoscimento etnico. Da allora i curdi sono sempre stati chiamati “i turchi delle montagne” e benché si concentrino fortemente nel Sud-Est della Turchia,ai confini con la Siria e con l’Iraq, queste pretese territoriali non si sono mai realmente sopite anzi, la linea ferrea che la Turchia ha mantenuto negli anni non ha fatto altro che esacerbare il conflitto. Il maggior attore politico che ha rappresentato le istanze dei curdi è stato il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), organizzazione paramilitare fondata nel 1978 da Abdullah Ocalan e che all’inizio era di ispirazione marxista-leninista ma attualmente è stata bollata come organizzazione terroristica dalla Turchia, dagli USA e dall’Unione Europea per i suoi metodi di lotta, spesso violenti. I Curdi ad oggi sono l’etnia più popolosa al mondo senza uno Stato proprio, che almeno nei disegni iniziali si doveva comporre della regione Sud-Est dell’Anatolia in Turchia, della provincia di Rojava in Siria, della regione autonoma del Kurdistan iracheno e delle 4 regioni iraniane a maggioranza curda. Di queste quattro solo il Kurdistan iracheno è un ente governativo che gode di una certa autonomia dall’Iraq, mentre in Siria la Federazione Democratica del Rojava è un’entità politica indipendente che si è costituita de facto nel 2012, a seguito della guerra civile.

LA GUERRA IN SIRIA E L’INTERVENTO TURCO

L’affermazione di Rojava in questi anni come entità territoriale indipendente ha però suscitato numerose implicazioni nella politica estera di Erdogan, primo per la vicinanza tra le parti e poi per l’intervento turco nella guerra. Per comprendere appieno la ratio dell’intervento di Ankara nella guerra in Siria bisogna prima tenere a mente la complessità della situazione, dovuta a un elevato grado di frammentazione delle parti coinvolte, appoggiate a loro volta da differenti potenze globali.

La guerra civile è nata nel contesto delle primavere arabe del 2011, momento in cui il presidente Bashar Assad godeva di una certa impopolarità tra i cittadini, i quali con manifestazioni di piazza chiedevano le sue dimissioni; le prime manifestazioni vennero disincentivate tramite la censura. Questo atteggiamento provocò subito un’escalation che portò a gravi tensioni in tutto il paese e al dispiegamento dell’esercito in molte città, ma proprio questa condotta non fece altro che portare quelle che prima erano semplici rimostranze a situazioni di guerriglia urbana. In poco tempo il gruppo di dimostranti diede vita all’ESL, ovvero l’Esercito di liberazione siriano, rinforzato soprattutto grazie alla diserzione di grandi file dell’esercito governativo ma anche grazie all’adesione degli esiliati Fratelli Musulmani, prima banditi dal regime siriano. Agli esordi della lotta armata Istanbul ospita nel 2011 i vari oppositori politici e i dissidenti esiliati dalla Siria per creare il CNS, il Consiglio Nazionale Siriano, e dargli sede permanente con l’intento di dare all’ESL un interlocutore politico con gli altri Stati; questo rappresenta il primo intervento di Erdogan a favore dei ribelli. Nel frattempo in Siria nuove fazioni come al-Nusra, gruppo jihadista armato di confessione salafita, combattono una guerra parallella all’ESL contro le forze governative, avendo visto l’occasione per instaurare la sharia e attuare i propri disegni teocratici.

Da questa prima fase della guerra civile siriana emerge uno scontro a livello religioso. Infatti la Siria è per il 71% un paese a maggioranza sunnita dove però dal 1963, anno della caduta della Repubblica Araba Unita e della presa al potere del padre di Bassar, Hafiz Assad, gli alauiti che sono formalmente una minoranza sciita in Siria detengono i gangli più alti dello Stato. Poste queste premesse le forze governative di Assad godono del supporto della mezzaluna crescente sciita, regione che comprende Iran, Iraq e Libano, più il supporto della Russia, e le approvazioni di stati come il Venezuela, la Cina e la Corea del Nord. I ribelli invece, sotto il nome dell’ESL, godono dell’appoggio della Turchia, degli Stati del Golfo e di nazioni come gli USA, Francia e Israele (in funzione anti Iran ed Hezbollah).

Solo nel 2012 entra nel conflitto un’altra fazione, quella dei curdi, che dopo una consultazione ad Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, formano il Consiglio Democratico Siriano con l’intento di liberare e proteggere le zone del Kurdistan siriano, territori che sono di frontiera con la Turchia. Il Consiglio Democratico Siriano con le sue milizie, le YPG e le SDF, conduce una guerra contro il governo ma allo stesso tempo diffida dei ribelli per via di alcune componenti jihadiste al suo interno, nonché per la sua alleanza con la Turchia. In poco tempo le forze curde liberano la maggior parte delle province del Kurdistan siriano e si attestano nelle province frontaliere di Afrin e Kobane, ma quest’ultima nel 2014 viene assediata dall’ISIS, gruppo jihadista salafita che ha mire espansionistiche in Siria e in Iraq; al momento dell’assedio circa 300.000 civili in quel territorio, temendo per la propria incolumità, si dirigono verso il confine turco ma di fatto Erdogan nega il passaggio paventando un possibile sconfinamento dei miliziani delle YPG. La situazione grazie all’intervento dell’aviazione americana viene ripristinata e i curdi, affiancati questa volta anche da pochi contingenti dell’ESL, si riappropriano di Kobane e cacciano i jihadisti anche dalla parte nord del governatorato di Raqqa, riunificando così totalmente i territori che da Kobane arrivano fino al Kurdistan iracheno.  La politica di Erdogan, che fin dall’inizio della guerra si era limitata all’appoggio economico e militare all’ESL in funzione antigovernativa, cambiò dal momento in cui il Consiglio Democratico Siriano, le SDF e la YPG presero in considerazione un’offensiva verso la città di Aleppo; da quel momento lo scontro tra le due parti diventa frontale, la Turchia pone un limite oltre il quale i curdi non devono passare e bombardano i territori conquistati nelle ultime settimane, nonostante l’invito degli USA a cessare il fuoco. La preoccupazione di Erdogan per l’accerchiamento curdo al confine cresce con l’attestazione delle YPG come prima forza nel Nord del paese, tanto da anticiparli nella cacciata definitiva dell’ISIS dall’unica porzione di territorio frontaliera non sotto il loro controllo, quella tra i cantoni curdi di Afrin e di Kobane; questa volta la Turchia da man forte all’ESL, perché appunto vuole garantirsi che i curdi non creino un’intera regione che dal cantone più occidentale di Afrin raggiunga ininterrottamente il kurdistan iracheno, annessione che avrebbe potuto alimentare le mire espansionistiche dei curdi e risvegliare l’antico disegno del Kurdistan unito.

Difatti la guerra di Erdogan in Siria si muove su due direzioni diverse: l’appoggio contro le forze governative di Assad e l’intervento diretto a destabilizzare il controllo curdo nei territori di frontiera. L’ultima dimostrazione diretta di questa tendenza è stata l’operazione “Ramoscello d’Ulivo” del 2018, portata avanti eslcusivamente dall’esercito turco per combattere la presenza curda nel cantone di Afrin. Nell’arco di 3 mesi l’esercito di Erdogan riesce a chiudere a riccio il cantone di afrin fino all’assedio della città stessa, tutto ciò con il tacito assenso della Russia, la quale deteneva il controllo aereo della regione, e degli USA. Malgrado abbiano perso il controllo del territorio di Afrin i curdi dispongono di 1/4 del territorio siriano, e forti del controllo di zone strategiche come la città di Raqqa e la diga di Tabqa tentano di avviare un processo di pace con il governo di Assad a delle condizioni, ma questi rerspinge poiché non accetta la concessione di una regione autonoma in mano ai curdi. Nell’ottobre del 2018 la Turchia, mentre continua la propria guerra personale contro i curdi bombardando Kobane, ospita ad Istanbul un summit con i capi di governo della Francia, della Germania e della Russia per invocare un processo di pace guidato dall’ONU e appoggiato da Washington che assicuri prima di tutto l’integrità territoriale siriana, così cercando di isolare il CDS curdo da ogni soluzione.

LA CRISI MIGRATORIA E I RISVOLTI ATTUALI

Dall’inizio della guerra civile nel 2011 molte cose sono cambiate in Siria e il conflitto sembra volgersi al termine lasciando dietro di sè cifre disastorse: secondo i dati raccolti dall’UNHCR, l’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati, la guerra ha causato 6,6 milioni di rifugiati, e secondo l’Osservatorio dei diritti umani in Siria dal 2011 i morti vanno dai 371mila ai 570mila.

La Turchia di Erdogan, che si era imposta nel conflitto come potenza regionale, sembra ora dover digerire una pesante sconfitta su più aspetti. Il governo di Assad è in procinto di riacquistare la totalità del territorio siriano, e la questione potrebbe durare un mese visto che i ribelli, decimati e in maggioranza appartenenti a gruppi militanti salafiti, sono assediati nella città e nei dintorni di Idlib dove pergiunta con il disimpegno americano del presidente Trump gli unici intelocutori attivi sono l’Iran e la Russia, entrambi schierati dalla parte di Assad. A distanza di un anno dall’accordo di Sochi concluso fra Putin ed Erdogan sull’istituzione di una zona cuscinetto profonda circa 15 chilometri, e pattugliata dai rispettivi eserciti, la morsa delle forze governative sembra stringersi attorno alle forze dei ribelli e dei militari turchi; l’accordo sembra perdere peso per Mosca, anche perché si ritiene che la Turchia stia passando artiglieria pesante alle fazioni di al-Nusra, gruppo associato al terrorismo salafita, che ora la Turchia stessa sembra voler scaricare.

Ma la de-escalation di Idlib non è l’unico punto cruciale per la Turchia e la sua buona uscita da una guerra che sostanzialmente ha perso: rimane la questione Rojava. Sotto le pressioni della Turchia, che come sottolinea Erdogan considera “asciugare il pantano del terrore nella Siria settentrionale” una priorità, gli USA hanno concesso la creazione di un’altra safe zone profonda 40km che nelle diverse versioni servirà per Wahington a creare un corridoio umano per il rimpatrio e ad Ankara per proteggersi da eventuali sconfinamenti delle YPG. I curdi delle SDF intanto sottostanno all’accordo stretto dai loro alleati USA e stanno lasciando le loro postazioni di frontiera convinti che quest’accordo garantirà la non belligeranza, mentre allo stesso tempo Erdogan promette che i propri militari arriveranno nei territori curdi all’est dell’Eufrate, verso Kobane e Manjib. In questo gioco di potenze la Turchia sembra essersi messa tra due fuochi, quello russo e americano. Erdogan sta cercando di prendere tempo con Mosca e sminuire il fatto che il suo impegno in Siria non abbia dato i risultati sperati e, in attesa del vertice di Ankara del 17 settembre con la Russia e l’Iran, sta comprando armi russe nonostante i rimproveri degli Usa e della NATO, organizzazione di cui fa sempre meno parte.

Sul fronte interno la crisi migratoria si fa sentire visto che la Turchia fin’ora è stato il paese che ha accolto più profughi, circa 3,6 milioni dall’inizio del conflitto. Quest’onere è stato preso da Ankara anche con il sovvenzionamento dell’Europa che, per evitare una dilagante crisi migratoria, a marzo 2016 ha stanziato circa 6 miliardi di euro. Il patto di finanziamento finisce nel 2020 ed Erdogan cerca nuovi fondi in attesa della de-escalation di Idlib, situazione che se non gestita bene potrebbe portare a un altro imponente flusso migratorio. I toni usati da Erdogan sono forti e dalla Turchia minaccia di essere disposto ad aprire i varchi europei ai profughi se non dovesse ottenere la safe zone in tempi brevi. La pressione dei profughi si fa sentire soprattutto nelle maggiori città turche, per esempio ad Istanbul sono legalmente accolti circa 547 mila siriani, e l’insofferenza fra i turchi verso la politica di accoglienza di Erdogan inizia a crescere repentinamente anche perchè sui 3.6 milioni riportati, a marzo 2018 solo il 6% viveva nei 21 centri d’accoglienza.

 

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